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Thursday, June 17, 2004

Il fatto è che da un anno all'altro mi dimentico di che cosa significhi l'arrivo dell'estate.
Le vacanze mi spaventano. Ci arrivo ancora con l'entusiasmo di liceale e poi CRASH! facciata contro il muro.
Vacanze significa che prima ci vanno i tuoi figli e tu ci vai molto, ma molto dopo. E dove cazzo li metti loro mentre tu sei in ufficio. E' come giocare al cubo di Rubik... li sposti un po' di qui, poi un po' di lì e ti incasini. Se opti per il più semplice gioco dell'oca e li piazzi dai nonni come ho fatto io, dopo solo 6 giorni te li ritrovi alle 9 e un quarto, come mi è successo stamattina, che ancora in piagiama candidamente ti chiedono "posso avere una caramella?".
Vacanze significa bagagli. Fare e disfare bagagli; caricarli e scaricarli; portarli su e portarli giù per tre piani di scale. E sono sempre tanti. Troppi. Soprattutto, i miei son sempre accompagnati da un fastidiosissimo corteo di sacchetti e sacchettini con le cose che non hai pensato di mettere in valigia prima di chiuderla. E io li odio, i sacchettini. E odio pure la borsa termica nella quale spero sempre di riuscire a farci stare il contenuto del frigo (che non ci sta, Valentina, la differenza di volume è lapalissiana, convincitene).
Gli ultimi bagagli che ho fatto erano due: uno conteneva tutta la roba sporca e uno conteneva la roba appena lavata e ancora bagnata. Partendo così, come si fa a chiamarla vacanza?
Vacanze significa anche lasciare la tua scrivania in ordine e niente in sospeso che possa saltare fuori all'improvviso, creare problemi senza che tu sia lì a risolverli e soprattutto, dove lavoro io, a difenderti.
Io partirò e la mia scrivania fa schifo.

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