<$BlogRSDURL$>

Monday, July 18, 2005

Un po' di tempo fa ero in centro e il cellulare ha squillato.
Era Sara, amica di Marta. Mi ha chiesto di lei e gliel'ho passata. Marta parla ma io dal negozio non vedo cosa dice.
La telefonata finisce. Io esco dal negozio e chiedo a Marta cosa volesse.
Se hai una bimba di 8 anni è parecchio inusuale, almeno a casa mia, che le amichette chiamino.
Niente, dice lei.
Come niente, dico io.
Cosa voleva?
Niente.
Come, niente. Marta... racconta alla mamma.
Niente.
E' lì che ho capito.
Lì c'era la mia bambina con un pensiero. Con qualcosa che lei sapeva e io no. Peggio, con qualcosa che lei sapeva ma chiaramente non voleva dire.
Lì ho capito il meccanismo perverso degli esseri umani. Perchè ho sentito il sangue alla testa salire, la prepotenza impossessarsi di me. Il senso di claustrofobia, quello vero, più che starsene dentro una funivia ferma che dondola al vento sullo strapiombo del Falzarego. Lei che tratteneva qualcosa che io volevo sapere. Che mi arrogavo il diritto di sapere, solo in quanto mamma, solo in quanto partoriente.
Alla fine me lo ha detto. L'ho forzata, sbagliando, lo ammetto.
Una bella favola di un topolino immaginario che Marta aveva perso, e Sara voleva solo rassicurarla che ce lo aveva lei.
Però ho imparato due cose.
Una. Quando Marta sarà adolescente sarà meglio che deleghi tutto a Philip, che non sarò mai all'altezza, anche se proverò a prepararmi in questi prossimi (pochi) anni.
Due. I pensieri son solo tuoi. Ognuno ha il diritto di pensarli. E non dovresti mai entrare nel merito. Solo, forse, cercare di arricchirti se son diversi dai tuoi.
Intendo dire, quel senso possessivo di voler aprire la testa di qualcuno per infilargli dentro le tue idee che a volte si impossessa di me trasportata dall'entusiasmo e dalla passione, è sbagliato.
Punto.

Comments:

Post a Comment

This page is powered by Blogger. Isn't yours?