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Thursday, October 06, 2005

E' argomento delicato, questo. Lo so.

Però mi frulla nella testa già da tempo e bisogna che lo tiri fuori prima di diventare impietosa.

E' argomento che rientra in quella categoria che mi destabilizza, di chi, posta una serie di elementi che descrivono una realtà oggettivamente inconfutabile, la rigirano inventandosi un mondo parallello fittizio, oggettivamente fittizio.

Non è la prima volta che mi capita di incontrare qualcuno che finge di avere una laurea.
E questa cosa mi sgomenta.

Voglio dire, lo sappiamo tutti che, alla fine, cosa conta?

Uno dei miei soci c'ha solo la terza media ma a parlargli e a lavorare con lui, ho solo da imparare, continuo solo ad avere da imparare nonostante lavori con lui da quanto? tre anni? quattro?
E quando parlo con lui con la mia laurea in lettere risicata in 8 anni, dico 8, passando gli esami di culo perchè mi hanno chiesto proprio la cosa che avevo letto 5 minuti prima aspettando che fosse il mio turno, con la mia laurea in lettere mi ci potrei.... soffiare il naso (và che stasera voglio comportarmi bene e non dire parolacce).
Il laureato è lui, mica io.

E la storia che comunque una differenza c'è perchè lo studio insegna alla mente certi meccanismi che ti permettono di analizzare oltre, di sentire oltre, di intuire, di muoverti con un nonsochè dentro che ti fa capire meglio il mondo, bè anche quella storia lì è vera e non è vera.

Che se c'hai dentro la voglia di analizzare, sentire, intuire e muoverti con quel nonsochè, finisci comunque per scegliere strade che te lo consentiranno.

Un mio amico è figlio di contadini della Campania. Gente che si alzava alle 5 del mattino per andare nei campi e lo lasciava, piccolo, a balia. Le sue storie del bagno domenicale, l'unico della settimana, nella tinozza e siccome era il più piccolo si beccava l'acqua fredda e già sporca dei suoi quattro fratelli più grandi, sono un portento ad ascoltarle.
Adesso ha una famiglia e una casa con le suppellettili etniche e la moto e, soprattutto, un cervello che è un piacere starci insieme.

Un altro esempio? Mia madre adorava studiare e adorava le lingue. Voleva davvero tanto fare l'università ma viveva a Genova e a quel tempo l'università di lingue a Genova non c'era. Avrebbe dovuto andare a studiare a Milano ma suo padre non glielo permise. Non era nella lista delle cose che una figlia della Genova bene poteva fare. Lei studiò lo stesso, tutte le lingue che le piacevano, in tutte le scuole che potè trovare a Genova. E alla fine poteva parlarne tre come l'italiano.

Quindi non venitemi a dire che la laurea è davvero discriminante.

Fatta questa premessa, mi capita di incontrare persone che fingono di essere laureate.

Mi fa incazzare, a livelli diversi, da quello formale a quello etico, passando da quello personale.

Livello 1 - formale: è definito dalla legge come millantato credito e punito come tale. Quindi non lo si può fare. Fino a quando non hai dato tutti gli esami, non ti sei messo il tuo primo vestito formale, non ti sei seduto davanti a quella schiera di imbalsamati con dietro quella schiera di familiari che ti osserva, non ti sei alzato in piedi ad ascoltare il verdetto e non hai stretto tutte le mani, per legge, tu non sei laureato.

Livello 2 - personale: al solo nominare la parola università io mi rabbuio e mi sudano le mani e mi sento il fiato di mio padre sul collo e le aspettative di mia madre e la mia paura di deludere entrambi e me stessa. L'ho vissuta male, io l'università. Sono un tipo operativo. Volevo fare, non studiare. Per questo ci ho messo 8 anni. Mi trovavo mille lavori per avere la scusa di non studiare. Son stata redattore di una radio privata e mi alzavo alle 5 per leggere alle 7 il primo radiogiornale, ho fatto telemarketing, consegnato pacchi natalizi, cambiato diapositive ai convegni, accudito mocciosi la sera... tanto tempo perso solo per avere una scusa pronta a chi mi guardava con sguardo interrogativo. Ma alla fine l'ho fatto, di stringere quelle mani nel mio primo tailleur e, mi vergogno un po' a dirlo, mi punge l'orgoglio se chi non lo ha fatto paventa di averlo fatto.

Ok, lo so. Credo di poter vedere i motivi. Voglio dire, uno può avere quell'insicurezza lì. Che non è neanche colpa sua, ma di questo mondo di etichette e di apparenza.
E' umano, è perfino bello. Mi fa tenerezza. Si, davvero. E anche calore. Perchè intuire le insicurezze degli altri a me fa sentire meno sola. E mi fa sentire le mie giuste.

Ma c'è questa cosa qui che non riesco a non dire:

Livello 3 - etico: non è ammissibile che tu mi guardi dritto negli occhi, sapendo che io so perfettamente che non sei laureato, e mi dici che lo sei. Non è ammissibile in termini che vanno oltre a se il pezzo di carta esiste o non esiste.
Non è ammissibile che tu mi faccia complice di questa tua bugia. E' come se mi sfidassi a contraddirti mettendo in luce la tua insicurezza, sapendo che non lo farei mai perchè non è umano nè gentile farlo.
Insomma, mi prendi per i fondelli. Me e, quello che proprio mi fa incazzare oltre tutto, la mia intelligenza, di persona che di fronte ad una realtà oggettivamente inconfutabile, fa davvero fatica ad annuire al suo contrario.

E questa per me è mancanza di rispetto. Mancanza di sollecitudine verso l'altro.

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