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Tuesday, November 01, 2005

Questo weekend lungo, per me, è cominciato con Philip che venerdì sera caricava la macchina di valigie ed è finito con Davide che, stasera, guardava il suo astuccio sorpreso e dichiarava "mi è scomparsa la gomma".

In mezzo, mio padre ha rischiato di morire, una bimba di 10 anni tremava sentendo il diavolo in corpo, io strizzavo gli occhi su una canoa che precipitava, gli amici e i loro figli prendevano rumoroso e allegro possesso della nostra cucina, un uomo moriva per davvero.

Belgrado. Dovevamo andare a Belgrado nella nostra semi-nuova macchina, giusto per provare l'ebrezza dei 140 senza sentirsi scecherati nel furgone inaffidabile di cui prima eravamo proprietari. Giusto per vedere quegli amici, quelli che contano davvero, quelli che dopo tre anni non ce la fai più e vuoi guardarli dritto negli occhi e leggerci tutto quello che è successo, perchè non puoi più sopportare che le vite non si intreccino, perchè c'è del bene e se non lo ascolti corri il rischio che troppo tempo passi e che poi, quando li guardi di nuovo quegli occhi, siano andati per un'altra strada, troppo lontana. E invece tu vuoi sentirle le loro parole, ne hai bisogno, se le condividi la tua strada sarà diversa e avrà anche loro dentro, non solo te stessa.

Eravamo pronti con le valigie nel bagagliaio. Pronti per andare a nanna alle nove perchè dovevamo sveglierci alle 3.30 e partire alle 4 così i bimbi avrebbero dormito e sofferto meno il lungo viaggio.
E' squillato il telefono. Papà non sta tanto bene. Vado al pronto soccorso. Mi accompagni, solo in caso ci sia bisogno.
Dammi 20 minuti. Il tempo di vestirmi. Il tempo di spiegare ai bimbi perchè esco. Il tempo di.... Ero al pronto soccorso prima di loro.
Se hai tre figli, ci sei già stata al pronto soccorso e in genere, per fortuna, ci hai passato delle ore, in attesa.
Al pronto soccorso c'hanno 'sta cosa che si chiama non mi ricordo come ma a spiegazione nel depliant c'è un piccolo semaforo. Del tipo verde, e aspetti delle ore, giallo e aspetti delle mezz'ore, rosso e non aspetti.

Vedo il mio papà arrivare dal parcheggio, sulle sue gambe. Il mio papà che sembra un po' ubriaco, e guarda fisso davanti con uno sguardo che mi ricorda quello di Marta quando fa le giravolte da ballerina a lezione di danza classica, gira- sguardo fisso in un punto- gira-torna su quel punto. Mio papà cammina semi-dritto e io al di là del vetro delle porte sono il suo punto. Mi raggiunge, dice il suo nome alla receptionist e poi con la classe che sembra non abbandonarlo mai aggiunge "però ora avrei bisogno di sedermi".

Lo chiamano subito. Come subito? Quando Davide lo hanno investito con una macchina, abbiamo aspettato un'ora, quando Marta l'hanno portata al pronto soccorso dall'asilo e mi hanno chiamato in ufficio, ho aspettato un intero pomeriggio, quando Giacomo gli hanno cucito il sopraciglio, me lo sono tenuto in braccio in sala d'attesa per un'eternità.
Il mio papà, invece, subito.
E' scomparso là dietro. Poi è uscita un'infermiera e ha preso il telefono in mano. Con voce calma e guardandoci negli occhi con naturalezza rassicurante ha detto alla cornetta "chiamate xx yy per un blocco".
BLOCCO.
Esattamente dal cuore, lì in alto a sinistra, io ho sentito tutta la mia carne dentro cadere liquefatta fino in mezzo alle gambe, un senso di vuoto sciacquato e sorretto solo dalle ossa.

Ma non è che hai un gran tempo per riflettere lì in ospedale, specie se dalla stanza se ne esce un dottore stanco da due turni di notte con un grosso sacchetto e ti dice "in terapia intensiva si deve stare nudi. potete andare a casa a prendere le cartelle mediche che avete. ha un blocco atrio-ventricolare. il cuore batte solo 20 volte in un minuto. lunedì gli mettiamo un pacemaker"
"Scusi, può ripetere?"
"Potete vederlo adesso un attimo prima di trasferirlo"
"No, scusi, gentilmente, si fermi un secondo, il cuore? ha un problema al cuore?"

Adesso lo so che il pacemaker è un oggetto come il microchip sotto pelle ai cani di lusso, ma lì, lì non sapevo neanche cosa fosse.
Sapevo solo che potevo vedere il mio papi prima che lo trasferissero in terapia intensiva e quello che ho visto era il mio papi nudo con la sua pelle un po' lasca che in costume da bagno al mare quest'estate mi sembrava ancora passabile e che invece in quel lettino asettico e d'emergenza come solo i lettini del pronto soccorso possono essere era proprio bianca e flaccida e irrecuperabilmente anziana.
Ho visto il mio papi sorridere per rassicurarmi e poi i suoi occhi cambiare improvvisamente in paura perchè il dottore gli metteva sul muso la maschera d'ossigeno.
Il mio papi ha le mani grandi. Tozze e grassotte. Mani asciutte. Quelle mani si sono alzate verso la maschera. I suoi occhi, gli occhi del mio papi, quelli che guardo ancora in cerca di sicurezze, sono corsi a me, paurosi, interrogativi. "dai papi, hai sentito il dottore? l'ossigeno non si nega a nessuno, qui al pronto soccorso. stai tranquillo, è come ti ha spiegato il dottore, non c'è niente di cui preoccuparsi"

Le mie gambe sono di pasta frolla. Non son brava in queste cose.
Mamma dice "vai a casa che devi partire domani all'alba" e io rido isterica.
Andiamo a casa a prendere tutte le cartelle mediche di papà e prima di uscire io dico "mamma, hai bisogno di un cognac". Lei dice "si". Io dico "ok, sto bluffando, dammene uno anche a me".
Lei si accende una sigaretta e me ne offre una. Come? tu non sai che io fumo, penso, e, naturalmente rifiuto, registrando che invece lei lo sa benissimo che io fumo, deficiente io, mica scema mia madre.

Il macchina ritornando al'ospedale, mia madre mi alita in faccia. 'Cazzo fai, mamma?. No, sai, scusa, ma mica che adesso andiamo dal dottore e ci sente l'alito che puzza di cognac. Penserà....
E giù a ridere, me e lei insieme, moglie e figlia con l'alito che sa di cognac.

La sera me la sono passata al pc a studiare la parola pacemaker e adesso so che c'è da sorridere della nostra paura. Che praticamente è normale averne uno. Adesso che ieri glielo hanno messo e oggi non sono neanche riuscita a passare a trovarlo, sono comunque tranquilla.

Ma nel frattempo, per non deludere troppo i bimbi che si aspettavano Belgrado la mattina e invece si sono ritrovati Monza abbiamo deciso di portarli in campagna, che almeno c'è il giardino e il fiume, e per rendere tutto più speciale, abbiamo anche invitato B., amichetta-sorella di Marta.
Purtroppo però B. non è che se la passi tanto bene e non è che la madre sia tanto prona ad avvertire - forse addirittura a riconoscere (ma su questo mi riservo il beneficio del dubbio) - anche solo con una frasetta buttata lì, che c'è del disagio che potrebbe manifestarsi.

Disagio che scopro emergere solo con il calare del sole. Tutti a nanna, fuoco acceso nel camino, sdraiata sul divano col mio libro, nel buio silenzioso della campagna, la porta cigola, io salto quasi a toccare il soffitto. E' B. Vale, puoi venire di là un attimo? Certo tesoro. Non riesco a dormire. Ah. Cazzo. Chiudi gli occhi che passa. Torno tra 10 minuti. Promesso, Vale? Promesso. Passano due minuti. Cigola di nuovo la porta. Di nuovo salto su. B., se non lasci passare i 10 minuti... Vale, puoi venire di là un attimo? Si, tesoro. Che c'è? Io non ho sonno, perchè? Bè, non ci deve essere un motivo..... Ma Vale, perchè io sono così? Così come, tesoro? IO HO PAURA.

Ennò, ti prego, c'ho paura anch'io, ma tu hai 10 anni, cazzo. Tu non puoi avere paura. Mio padre è all'ospedale. Il tuo unico compito qui è tenere i miei bimbi allegri che non sono andati a Belgrado. Cazzo. E io c'ho sonno.

Paura di che, tesoro? Siamo tutti qui. La casa è piccola, le imposte chiuse.
No, tu non capisci. Perchè io sono così diversa dagli altri? perchè tutti vanno a dormire e io non ho sonno? Perchè non sono come Marta?

Amore, come faccio a spiegartelo? Come faccio a dirti che è perchè i tuoi si sono separati, e perchè tu hai visto tuo padre picchiare tua madre e romperle un polso?

Non sei come Marta perchè siamo tutti diversi e tutti speciali. Per esempio Marta ha paura dei tuoni e tu no.
Veramente anch'io ho paura dei tuoni.
Occazzo, sbagliato esempio...
Bè, Marta ha paura dei film dell'orrore e tu invece no. Tu hai visti The Ring e sei stata molto coraggiosa a non aver paura.
Non è vero, io l'ho visto solo perchè mio fratello (maggiore n.d.r.) mi ci ha costretta, ma mi ha fatto paura.
Mi arrendo, è mezzanotte ed è evidente che mi manca l'ispirazione...
Senti, B., la paura fa parte di noi. Tutti abbiamo paura.
Ma anche voi grandi avete paura?
SI. CAZZO, SI, PAURA DA MORIRE.
Ma Vale, perchè? perchè? perchè?
No, cazzo, smettila. SMETTILA. Smettila di chiedermi PERCHE'?
Chiedimi CHI, chiedimi QUANDO, chiedimi COME. Ma non chiedermi perchè.
NON LO STRACAZZO SO PERCHE'.

Vale, non andar via.
B., sono le due, è ora di andare a nanna.
Vale, ho paura. Io la sento questa cosa, sta tornando.
Che cosa, tesoro?
Vale - a questo punto B. trema e piange in singhiozzi - perchè io sento questo diavolo dentro che vuole uscire? Lui vuole uscire, il diavolo.

Occazzo. Siamo in campagna, in una non-sperduta-ma-abbastanza-appartata-casa-di-campagna, mio padre è all'ospedale, io sono una corda di violino, è buio tutt'intorno e c'ho pure un diavolo che sta per uscire fuori.

A questo punto è veramente notte fonda e io guardo B. e mi aspetto da un momento all'altro che le si rivoltino gli occhi e cominci a parlare latino. Poi mi riprendo e la sollevo e le dico "andiamo in sala, và, che ci distraiamo a guardare il fuoco nel camino".

Verso le tre e trenta - di notte - son riuscita a placare il diavolo e a convincere B. che quello che sentiva eran solo angioletti che facevan la festa di Halloween e che era tutto quel baccano a non farla dormire.

Che è perverso uguale, lo so, ma ubi maior....

Il giorno dopo, sempre spinti dal instinto stoico di far star sereni i bimbi, tutti, quelli nostri e quelli degli altri, sotto nuvole antipatiche e freddo invernale - sì, sta arrivando finalmente - siamo andati a Fantasy World.

Mentre al mio papi mettevano sottopelle la scatolina magica io, dopo aver detto no almeno trenta volte, paralizzata dalla paura, mi sedevo spavalda con un sorriso tirato su una canoa che andava su su e su against qualsiasi concetto umano di gravità e poi andava giù, giù e giù senza alcuna gravità. E il cuore di nuovo saltava come al pronto soccorso e io pensavo adesso basta, ho capito come ci si sente, non c'è bisogno di insistere.

Evvabè.

Poi sono andata a trovare il mio papi. Super promosso da terapia intensiva a terapia semi-intensiva a semplicve cardioliogia.
In semplice cardiologia sei promosso a una stanza a quattro letti.

E' stato prima in terapia intensiva e in fronte c'aveva uno con un cerotto immenso sulla bocca, poi in semi-intensiva e c'aveva come vicino quello che si è scoperto essere il suocero di un caro amico di mio fratello.

Ma solo, solo in cardiologia semplice, quella senza dislay che bippano, senza monitor che raccontano e rassicurano, solo lì è stato messo di fianco a un uomo che stava morendo.
"non venire stasera, non portare i bimbi" mi ha detto mio padre al telefono "questo qui di fianco, oggi mi hanno detto che non arriva a sera"

Questo qui. Non arriva a sera.
Cazzo.

Stasera siamo di nuovo a casa.
Marta ha voluto finire i compiti e poi è andata a nanna.
I bimbi dormono nei loro letti, nelle stesse posizioni di sempre. Davide tiene il piumone tra le dita e lo strofina come faceva a tre mesi con la sua copertina.
Sembra che non sia cambiato niente.

Io invece mi sento una persona diversa.
Infatti, credo che mi sentirei in qualche modo depressa, se non avessi trovato questo, sfogliando il quaderno di Marta, mentre controllavo che avesse fatto i compiti per domani.

Per me scrivere significa divertirmi, scrivere per ricordare, scrivere significa volare, sognare.

Grazie amore mio, non so cosa farei senza di te.

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