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Thursday, July 28, 2005

Oggi mi sono licenziata.
Torno ad essere padrona di me stessa.
Yiiiupppppiiiiiiiiii!!!

Saturday, July 23, 2005

Ho quasi 40 anni (ehmm.... vabbè, non proprio ma quasi) eppure c’è una categoria di persone che ancora mi spiazza parecchio.
Va bene, lo so anch’io che le persone non andrebbero categorizzate. Fa troppo provinciale.

Credo di essermi comportata abbastanza bene prima di raggiungere la soglia dei 40. In fondo, finora le mie categorie erano sole due: le Piaghe e le Nonpiaghe.
Categorie che, ahimè devo ammettere, hanno trovato più adepti nelle donne che negli uomini.

La Piaga è quella che qualsiasi cosa le capiti è peggio di quello che capita a te, anche se, anzi specialmente se, vi sta capitando la stessa cosa.
Tanto per stare in tema di mamme, la mamma piaga è quella che lavora con un solo figlio e ti inchioda alla sedia della cucina per due ore, ti chiede di accenderti la sigaretta, solo un tiro... e poi se la fuma tutta e si lamenta di essere sul bilico di un esaurimento nervoso e liquida i tuoi "ma ... dai che c’è di peggio" - si, per esempio qualcuno ti ruba il piacere del primo tiro - con un "tu non fai testo, non sei normale, non so dove tu riesca a prendere tutta questa energia".
"Gratto il fondo del barile" ti verrebbe da rispondere urlando ma lasci perdere sempre, perché non c’è speranza di rieducazione.
La Piaga su di me ha sempre un piccolo potere alienante.
Probabilmente dovuto alla frustrazione di non riuscire ad urlare quella risposta.

La Nonpiaga è quella che ride, che riesce a trasformare quasi tutto in ironia, e che così ti dà forza. E’ quella che quasi sempre ti fa sentire migliore. Non migliore di lei, ma migliore di quello che credi di essere.
La Nonpiaga mamma è quella che ti confessa di sognare una notte focosa col maestro di danza della figlia ma di temere di non essere ginnicamente all'altezza, per intenderci. E poi ci si ride su.

Vabbè, questo era prima.
Adesso temo davvero di dover aggiungere un’altra categoria. E sono spiazzata. Perchè la Piaga la so gestire. La so consolare. Riesco a trovare un punto in cui la mia esperienza si incontra con la sua. Magari dopo quel punto le strade si dividono, ma almeno so di cosa sta parlando.

Questa nuova categoria per la quale non riesco a trovare un nome invece mi spiazza.
E' quella di chi, posta una serie di elementi che descrivono una realtà oggettivamente inconfutabile, la rigirano inventandosi un mondo parallello fittizio, oggettivamente fittizio. Si inventano una storia con gli stessi elementi ma in ordine differente, e il risultato è qualcosa che coincide con quello che loro vorrebbero che fosse. E la ripetono e la ripetono a tutti quelli che gli capitano per le mani, fino a quando, a furia di dirla, diventa una realtà. Convincono se stessi cercando di convincere gli altri.

Bè, questo faccio fatica a gestire.
L'esperienza comune te la racconta in un modo che a te ti viene da scuotere la testa, come quando cerchi di riprenderti da una sbronza.
Vedo tutto il processo e anche tutta la debolezza umana e mi impongo di capire.
Ho sognato perfino di poter dialogare. Ma non è un dialogo alla pari. Mi sembra che sia un dialogo tra matti.
Quindi .... 'fanculo. C'ho quasi 40 anni e poco tempo da perdere.

Thursday, July 21, 2005

Davide: mamma, tu che lavoro fai?
Io: metto insieme le persone a parlare nelle conferenze e nelle fiere
Davide: ma no, mamma, tu che lavoro fai fuori dall'uficio? - lui la pronuncia così, la parola, senza una effe, ed è talmente carino il suono che non glielo correggo, sperando che duri il più a lungo possibile
Io: bè, fuori dall'uficio.... faccio il lavoro di mamma, sto coi miei bambini
Davide: ma no mamma, fuori dall'uficio!!!
Io: uuh?!
Davide: Fuori dall'uficio, mamma! Che lavoro fai fuori dall'uficio? Quello che scegli da bambino, intendo!

Vuoi dirmi che a cinque anni uno sente già l'attrito della vita che sfrega sui sogni?

Monday, July 18, 2005

Un po' di tempo fa ero in centro e il cellulare ha squillato.
Era Sara, amica di Marta. Mi ha chiesto di lei e gliel'ho passata. Marta parla ma io dal negozio non vedo cosa dice.
La telefonata finisce. Io esco dal negozio e chiedo a Marta cosa volesse.
Se hai una bimba di 8 anni è parecchio inusuale, almeno a casa mia, che le amichette chiamino.
Niente, dice lei.
Come niente, dico io.
Cosa voleva?
Niente.
Come, niente. Marta... racconta alla mamma.
Niente.
E' lì che ho capito.
Lì c'era la mia bambina con un pensiero. Con qualcosa che lei sapeva e io no. Peggio, con qualcosa che lei sapeva ma chiaramente non voleva dire.
Lì ho capito il meccanismo perverso degli esseri umani. Perchè ho sentito il sangue alla testa salire, la prepotenza impossessarsi di me. Il senso di claustrofobia, quello vero, più che starsene dentro una funivia ferma che dondola al vento sullo strapiombo del Falzarego. Lei che tratteneva qualcosa che io volevo sapere. Che mi arrogavo il diritto di sapere, solo in quanto mamma, solo in quanto partoriente.
Alla fine me lo ha detto. L'ho forzata, sbagliando, lo ammetto.
Una bella favola di un topolino immaginario che Marta aveva perso, e Sara voleva solo rassicurarla che ce lo aveva lei.
Però ho imparato due cose.
Una. Quando Marta sarà adolescente sarà meglio che deleghi tutto a Philip, che non sarò mai all'altezza, anche se proverò a prepararmi in questi prossimi (pochi) anni.
Due. I pensieri son solo tuoi. Ognuno ha il diritto di pensarli. E non dovresti mai entrare nel merito. Solo, forse, cercare di arricchirti se son diversi dai tuoi.
Intendo dire, quel senso possessivo di voler aprire la testa di qualcuno per infilargli dentro le tue idee che a volte si impossessa di me trasportata dall'entusiasmo e dalla passione, è sbagliato.
Punto.

Sunday, July 10, 2005

Giusto per vedere se mi ricordavo ancora l'indirizzo.
Giusto per vedere se questa finestra bianca mi faceva tornare la voglia di parlare un pochino, di uscire dall'apnea di queste settimane di attesa.

Non son fatta per l'attesa.
Io mi butto. Son fatta per buttarmi.
Che non è mica un segno di maturità, non è mica un pregio.
L'azione non mi dà il tempo per pensare e se non penso non posso aver paura.
Posso dedicarmi ad una nuova avventura con tutta la passione che riesco a sentire e non guardarmi indietro.

Forse non son fatta per l'attesa perchè se decido di agire ho già deciso molto prima e allora proprio non c'è più bisogno di guardarsi indietro.
O forse non son fatta per l'attesa perchè sono in continua fuga.

Non lo saprò mai, perchè tanto dall'analista non ci vado. Tiè, tiè.

Monday, July 04, 2005

Crisi d'identità. (o eccesso di altruismo??)

Giacomo è caduto dal letto a castello. Dal letto di sopra di un letto a castello, per la precisione.
La sponda ha ceduto e lui è atterrato di testa.
Non avrei mai creduto un bernoccolo così.
Come se qualcuno gli avesse cucito un'albicocca sulla nuca. Che i capelli appena tagliati facevano fatica a coprirlo.
Dopo qualche ora dall'incidente, Davide mi guarda serio e mi dice:
mamma, vero che Giacomo sarebbe stato più fortunato se era capitato a me?




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