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Sunday, August 28, 2005

Ecco qui. Rispondo (in ritardo) a questa mail invece che all'altra spedita da lei nello stesso giorno, perché preferisco questa.

Vede, in realtà poco mi importa in questo momento delicato, delle faccende strettamente legate al business.
Certo, lei dirà, è facile per me dire così, che non sono direttamente coinvolta. Perché quelli veramente coinvolti siete lei e l'Ing. X, lo so.
Ma vede, io credo fermamente in una cosa:
I soldi vanno e vengono. Sono le persone che rimangono.
Da qui la mia, come dice lei, franchezza.
Perché di chiacchiere siam bravi tutti, ma ad osservare le persone e i loro drammi, piccoli o grandi che siano, e a cercare di capire tenendo conto delle sfumature e dei dolori e delle diverse personalità, a cercare di mettersi nelle loro scarpe anche se son di una misura diversa dalla tua... bè lì ci vuole più coraggio, o più fatica o più ... non so quale sia la parola giusta.
E io mi ripeto sempre che bisogna cercare di trovare quel coraggio o quella fatica, o qualsiasi sia quella parola. Che poi ci riesca o meno è un'altra storia.

Tutto questo per dire che lo so che è difficile questa situazione. E credo di vedere quanto lo sia per lei. Al di là dei soldi. Credo di poter intuire i suoi pensieri e i progetti e la stanchezza.
Ma c'è una cosa per me che rimane magica.
La vita che cambia in continuazione e che può portare anche cose che non piacciono.
Lì, quando arrivano le cose che non piacciono, lì, quello che conta veramente sono le persone.
E il loro modo di reagire, il loro modo di adattarsi alla nuova realtà.
Lì si vede di che pasta siamo fatti.
Lì, ad osservare mentre lottiamo per farcene una ragione, lì, proprio lì, la vita mi piace.
Lì dove si scoprono le nostre debolezze e i nostri limiti e il nostro modo di cercare di migliorarci.
Lì la vita mi piace, mi piace così tanto che se vedo lei, o qualcun altro, o me, non farcela, lì sorrido di più.
L'importante non è farcela o meno, l'importante è cercare la coerenza con quello che sei stato prima, senza entrare nel merito se prima eri bene o male o così così. L'importante, per me, è non crearsi realtà parallele o di comodo solo per farci sentire meglio.

Questo solo mi interessa prima che agosto finisca.
Questo solo vorrei vedere.
Delle persone che, aldilà dei soldi, si fermassero a pensare che qui non è questione di soldi.
Che qui è questione di vita.
Che questa è un'opportunità non per spillar quattrini ma per conoscersi meglio, per mettersi alla prova, per sforzarsi di capire l'altro e veramente augurargli buona fortuna.

Ma, come mio solito, questa mail non la mando.
E brucia un pochino, dopo che qualcuno mi ha fatto notare che parlo ma non dico ai diretti interessati.
Essì, non la mando.
Perché? Perché so che lei un giorno potrebbe prendere una delle frasi qui scritte, estrapolarle dal contesto, e usarla per un suo fine che potrebbe ledere me.
E' così, lo so. Io ho già visto lei farlo con altri. Non mi fido. Mi dispiace.
Ciò non toglie che io creda in quello che ho scritto.
Solo, non sono una sciocca.

Monday, August 22, 2005

Ci siamo. Sta succedendo.

Giacomo ha perso il suo primo dente circa due settimane fa. Qualche giorno prima era arrivato il pacco di Amazon che conteneva tra le altre cose serie un libretto di Spiderman e io, previdente, l'ho nascosto nel primo cassetto del comò. Perchè noi siamo una famiglia mista, e insieme al topolino che porta i soldi, arriva anche la tooth fairy che porta un regalino.

Cade il dente.
La sera, quatti quatti, io e Philip facciamo quello che dobbiamo fare.

La mattina Giacomo mi sveglia saltandomi addosso col suo libretto di Spiderman e i suoi soldini, gli occhi carichi d'eccitazione. Io rantolo alla ricerca degli occhiali per godermi la scena e lo perdono per l'intrusione, chè la mattina presto io sono una persona diversa e davvero davvero mi ci vuole tutto l'amore di mamma per condividere la sua gioia quando la mia era perfetta così com'era, a spalmare la mia guancia sul mio cuscino.

Tutto a posto. Tutto secondo i piani.

Ennò.
Arriva Marta, in un secondo valuta la scena, poi mi chiama. Apre il cassetto del comò e dice "mamma, io so". "Che cosa tesoro?" - cazzo, cazzo, cazzo...
"Quel libro di Spiderman era qui nel tuo cassetto. L'ho visto qui e guarda. GUARDA! non c'è più! Siete voi!"
Io la guardo con la faccia stupita stupita, ignoro il "siete voi" e cadendo dalle nuvole dico "ma vuoi dire che quella faccia tosta della tooth fairy è arrivata prima del tempo e per portarsi avanti ha messo il suo regalo lì? Ma dico io, che impertinente!"

Fine dell'antefatto.
Credo che me la sarei anche cavata piuttosto bene se non fosse stato che l'altro dente di Giacomo, quello proprio di fianco, avesse anche lui cominciato a ballare.
E' caduto oggi.

Ma negli ultimi tre giorni è stato protagonista delle nostre giornate. Mamma guarda come balla, mamma guarda, Marta guarda, Marta me lo strappi? no, Marta non ci provare che mi fa imprassione - io - nonna fra poco arriva il topolino, eccetera eccetera.
Tutta questa attenzione sul dente che balla deve aver fatto riflettere Marta sull'antefatto perchè ieri sera, al bacino della buonanotte mi ha detto
"mamma, posso dirti un segreto segreto?"
No, not again, Marta, comincio ad aver paura dei tuoi segreti segreti - penso io.

Eccolo, il momento.
Non lo volevo questo momento, perchè mi piacciono le storie che racconto ai miei bambini, perchè mi piace che loro ci credano, perchè mentre le racconto a loro ci credo anche io un pochino e mi sento meglio.
Quindi ti prego, non dirlo, Marta - penso io, manco fossi 16enne davanti ad un fidanzato che mi sta per lasciare.
Ma lei lo dice.
"Io lo so che siete voi, quando i denti cadono".

E' ora di passare al piano B.
La guardo e cerco di mettere negli occhi tutto l'amore e l'intesa.
Sono impreparata, come al solito. Non ho letto, non mi sono informata con le altre mamme, niente di niente, vuoto assoluto.
So solo che non posso mentire perchè io feci esattamente la stessa scoperta e mia madre cercò di negare l'evidenza evidente e ancora mi ricordo la mia delusione per la sua cocciutaggine e la mia frustrazione di non poterglielo dire.

Ho detto una cosa che ho letto un giorno in un posto.
Ho detto "Certo che esiste, il topolino e la tooth fairy. Sono l'amore di mamma e papà che inventano magie e favole per i loro bimbi" - che lo so che suona un po' patetico, ma è l'unica cosa che avevo a portata di mano (e la fonte era affidabile).
Poi ho trattenuto il respiro in attesa della sua reazione.

Lei ha sbadigliato e io l'ho interpretato come un segno positivo.
Poi ho aggiunto che Giacomo e Davide erano ancora piccoli e che non c'era bisogno di spiegare loro che certe magie le fanno mamma e papà.

Oggi il dente è caduto.
Al bacino della buonanotte Marta ha detto "ma quando Davide e Giacomo scopriranno che anche voi potete fare delle magie, riceveranno ancora i soldini dal topolino e un regalino dalla tooth fairy?"
Che non era propriamente una domanda disinteressata, dal momento che a Marta sta ballando un molare...

"Certo che si, tesoro. Buonanotte ."

Sunday, August 21, 2005

Qui prima c'era un post ma l'ho tolto per sbaglio (cazzo!)

Thursday, August 18, 2005

Qui prima c'era un post ma l'ho tolto..

Wednesday, August 17, 2005

Bikini e copricostume rosa di garzina.
Pelle abbronzata dal sole e capelli incrostati dal sale.
Cammino scalza per questa casa bianca con le canzoni del Festivalbar che Marta mette a volume adolescenziale.
Non me la passo male, valà.

Se solo questa sensazione che una disgrazia atroce se ne stia accucciata dietro l'angolo passasse, sarebbe perfetto.

Passerà, passerà....

Sunday, August 14, 2005

Mamma, posso dirti un segreto segreto?
Mi prende per mano e mi porta nella camera in fondo. Chiude la porta e mi fa sedere sul letto. Poi si siede di fianco a me.
Io ho paura che papà pensi che io non gli voglia tanto bene, che io ne voglia di più a te che a lui.
E perchè hai paura che pensi questo?
Perchè io faccio più coccole a te, sto più con te.

Io mi sono un po' commossa. Perchè dietro a quelle parole semplici c'è un processo complesso.
Lo sento. Lo so. Troppo complesso perchè lei lo possa esprimere, ma ciò non toglie che lei lo riesca a sentire.
E a suo modo l'ha detto.
Io alla sua età non ero riuscita a dirlo a nessuno.

Mi tenevo dentro quel disagio strano che mi prendeva quando ero sola con il mio papà. E mi sentivo in colpa.
Non sapevo mai cosa dire e lui se ne stava zitto.
Così mi ricordo, anche se probabilmente non è vero, che lui stesse zitto.

Mio padre è stato un buon papà. Era severo, parecchio, e certo un padre della scorsa generazione, quella che non ha mai toccato un pannolino in vita sua. Ma giocava con me quando ero piccola, suonava la musica sulla mia schiena e impastava la pizza con la mia pancia. E faceva "elefantino" mettendosi il braccio sul naso a far da proboscide.
Ogni mattina mi svegliava con uno scherzo nuovo che spesso implicava il solletico e solo dopo ho saputo che ogni sera prima di andare a letto si consultava con mia madre per aiutarsi nell'ispirazione.

Il mio papà c'è sempre stato e la maggior parte delle volte era che si scherzava e si rideva.
Eppure, in quell'età lì degli 8-10-12 anni io evitavo di restare sola con lui, perchè mi sentivo a disagio.

Anche Philip c'è sempre. Philip è davvero un gran papà, un papà migliore di questa mamma qui, lo so. E so che Marta vuol bene a lui quanto ne vuole a me. Lo sa anche lei.

Non è questione di voler bene. Credo che sia questione di essere femmina, di accorgersi di esser femmina e in quanto tale, di sesso diverso.
Credo che sia una questione sessuale, nel senso scientifico del termine.

Sta cominciando il pudore, nella mia bambina.
Quest'anno al mare voleva il due pezzi e io ho detto no.
L'ho osservata in spiaggia per due giorni e l'ho vista che se ne stava sempre con le braccia incrociate sul petto.
Senza dire niente l'ho presa e portata a comprarsi un costumino nuovo, un bikini.
Non importa se 8 anni è presto e se sotto non c'è nessun rigonfiamento da coprire.
L'età giusta per avere il due pezzi deve essere quella in cui si incrociano le braccia davanti, mi sono detta.

Credo che Marta cominci a sentirsi femmina. E così più vicina a me.
Mi commuove questo fatto, perchè è vedere la mia bambina che cresce.
E mi commuove anche vedere che lei un po' se ne dispiaccia, di questa vicinanza che un po' la allontana dal suo papà.

Saturday, August 13, 2005

Marta:
"mamma, ma adesso i bombardamenti sono finiti?"

Tuesday, August 09, 2005

Il giorno dopo.
(Premessa: post sdolcinato)

Il giorno dopo l'ho guardato tanto, l'ho toccato in continuazione, l'ho ascoltato sempre.
A guardarlo sembra grande. Porta la taglia 6-7, a volte 8 anni, ma ne ha solo 5. E' piccolo ma è cresciuto un po' più in fretta, forse perchè con tre bambini mamma lascia poco spazio ai capricci. Sparecchia portando in bilico tra le mani i piatti ma non più di tre, se no non ce la fa, e apre il cancello qui in campagna per aiutarmi ad uscire con la macchina. Lo chiude pure, ma spesso lo chiude dimenticandosi di uscire. Si chiude in giardino e allora io strombazzo e lui ride, si batte la testa come a dire "che scemo...".
Mi ricorda che devo dargli la medicina per la tosse e per la stomatite ma poi scappa come un topolino ad abbracciarmi le gambe quando sente il rumore del tagliaerba.
E vuole la torcia sul comodino e dobbiamo fare le prove come se saltasse la corrente (capita spesso qui) per vedere se è abbastanza veloce ad accenderla nel buio, se in velocità batte lo spavento.

A toccarlo invece si capisce subito l'età che ha. Perchè è morbido come il burro. Sotto al burro, si intuisce l'uomo che sarà. E' più stagno che ad abbracciare Marta, ma ancora è tanto burro.
Si spalma sul mio corpo come nutella e se ne sta lì immobile a farsi fare i grattini sulla schiena o a trattenere la mia mano aperta sulla sua guancia. Fermo.
Lo guardavo, il giorno dopo, tenendolo vicino vicino, e cercavo di vederlo dentro, oltre la pelle. Mi immaginavo le piccole dimensioni del suo cuore e del fegato e del sangue che scorre e della milza chiamata in causa dall'incidente.
E lo stupore che tutto, in perfetta proporzione, fosse contenuto lì dentro e che tutto, in proporzione, funzionasse da solo, e funzionasse ancora, come un orologio svizzero.
Il giorno dopo l'ho toccato in continuazione ed era morbido. E caldo, Dio ti ringrazio.

Dice cacciaviter e dice per fagore e dice gli enemici, uficio e drillante. Parla senza erre. Dice una specie di erre/elle tipo "questo è trloppo buffo, mamma". Parla un po' come se avesse una patata in bocca, come se avesse le adenoidi. E forse ce le ha. E forse sarà il caso che lo chieda al pediatra la prossima volta.
Tutto il giorno dopo l'ho ascoltato. A pensarci non smette mai di parlare. Una specie di cantilena, un cicaleccio a cui spesso, di solito, rispondo con distratti "uh-hummm", "davvero amore??" mentre magari la mia testa corre chissà dove.
Il giorno dopo no, ho ascoltato ogni singola parola, anche i discorsi dei giochi immaginari fatti da solo, un po' più in là nel patio.
La sua vocina suonava come musica. La sua risata mi entrava dritto dentro senza nessuna di quelle barriere che normalmente erigo per proteggere qualche attimo per me sola.
Lo so che suona un po' sdolcinato, ma il giorno dopo era tutta musica che mi ha fatto vibrare la pancia come le carezze di quando ti sei appena innamorata, quelle che ti fanno scoprire viva - invece che morta, come avrei potuto essere.

Ho pensato che sia una fortuna che sia così piccolo e non capisca la gravità di quello che avrebbe potuto essere.
E' trascorso tutto il giorno dopo e sembrava che si fosse dimenticato, che non fosse successo niente.
Poi, la sera, mi è saltato in braccio e mi ha detto "mamma, ma a te da piccola, è mai successo qualcosa di grave?". Allora gli ho mostrato la mia cicatrice sul gomito di quando a tre anni sono caduta ai giardini atterrando su un vetro, e quella sotto il mento di quando non mi ricordo più. Lui ha riso soddisfatto e tranquillizzato perchè ago e filo gli son sembrati peggio di un paraurti.

Questo solo mi importa. Che lui sia tranquillo e si dimentichi.

Il resto della storia lo so solo io. Ago e filo non sono peggio di un paraurti.
Ero sola, l'altro ieri. Ero io la sola adulta coi miei tre bambini.
Toccava a me stare attenta.
E si, lo so, mentre lui si lanciava per strada io stavo dicendo "Davide dove sei?".
Si, lo so, è stato un attimo come ce ne saranno stati altri mille di mie distrazioni in questi 5 anni. E si, lo so, non si può essere lì ogni istante, non è umanamente possibile.
Ma smettere di pensare che proprio in quell'istante lì avrei dovuto esserci è un'altra faccenda. E non ci son cazzi di ragionamenti che servano.

Ma farò come mi è stato consigliato. Vado a guardarlo domire. Faccio un sorriso alla vita. E me ne vado a nanna.

Buonanotte .

Saturday, August 06, 2005

Premessa: Davide sta bene.

E' tardi, ma non credo che dormirò molto stanotte.
Ogni quattro ore devo alzarmi per controllare le pulsazioni di Davide, il suo colorito e se le estremità del corpo sono fredde.
Ma più che altro non dormirò un granchè per quell'immagine di una frazione di secondo che ho vissuto oggi, quando l'ho visto in mezzo ad una strada, sbalzato dalla macchina che lo ha investito, un piccolo fantoccio informe con una camicia hawaiana rossa che volava alto e che rimbalzava per terra.
Perchè, è incredibile, è proprio vero che gli incidenti, che le cose veramente veramente serie succedono al rallentatore.
Ed è una bella fregatura, perchè poi così tu rimani per ore con quel ricordo nitido nella testa a moltiplicare tutta l'angoscia all'infinito. Si moltiplica di mille "se".
Se non avessi deviato per comprare il pane, se non li avessi lasciati scendere dalla macchina per una fugace scivolata nel parchetto giochi. Il "se" principe: se quella macchina fosse uscita dalla curva più veloce.
Perchè dalla macchina è uscito un ragazzo che non credo avesse più di vent'anni, perchè da quella curva nel centro del paesino dove siamo a fare le vacanze tante volte ho visto uscire macchine guidate da ragazzi sbruffoni a velocità da stupidi.
Ma questa volta no, questa volta era un ragazzino con poca barba e l'accento bergamasco, che andava abbastanza piano.
Abbastanza piano da centrarlo in pieno e da farlo saltare in aria senza fargli male.
Questo gli ho detto stasera quando l'ho chiamato dall'ospedale per dirgli che Davide stava bene a parte il livido. Gli ho detto "Grazie Riccardo, grazie che andavi piano. Sei una bravo ragazzo. Grazie davvero"

Davide oggi pomeriggio tornando dalla fattoria dove siamo stati a giocare con i cavalli mi ha chiesto se potevo dargli due cicche invece che una. Da masticare insieme. Al mio perchè lui ha risposto "perchè se mangio due cicche divento un bambino di gomma e allora posso trasformarmi in quello che voglio". Io ho riso e ho detto "vabbè, ma solo per questa volta".
Stasera abbiamo riso insieme di nuovo perchè abbiamo deciso che sì, mangiare due cicche insieme ti trasforma davvero in un bambino di gomma.

Adesso che lui dorme tranquillo con le sue pulsazioni nella norma, io son qui.
L'angoscia più grande, oltre a quella dei sensi di colpa, è che ho toccato con mano che ci può volere solo un secondo, anzi meno.

Insieme, questa scoperta: amo Davide. Amo davvero i miei bimbi.
Non me ne frega un cazzo di tutto il resto. Tutto il resto son cazzate.
Prendetevi tutto, se necessario. Prendetevi me e tutti i miei pensieri e i dubbi e le speranze.
Prendetevi la mia vita, se necessario, ma non toccate i miei bimbi, vi prego.

Insieme, questo senso di stupita gratitudine. Senza saper bene chi ringraziare.

Thursday, August 04, 2005

Come al solito io non so mai trovare le parole giuste per mettere le persone al loro posto.
Io non sono ingenua.
Sono solo garbata.
Io vedo le cose. A volte le vedo prima che succedano, ma non ho mai abbastanza sicurezza in me stessa per credere che quello che vedo sia vero.
Quando le vedo cerco di dirle, ma più che altro mi sa che le sussurro.
E quando parli a voce normale nessuno ti ascolta, perché perlopiù ormai son tutti abituati ad ascoltare solo i volumi alti.

Wednesday, August 03, 2005

Non ho avuto il coraggio di dirla questa cosa, perchè alla fine faccio parte di un sistema anche se mi faccio incazzare per questo.

Qualche settimana fa viene alla mia scrivania C., zittella pettegola della contabilità, quella che c'ha il vero potere là dentro, ma un potere viscido e decomposto, e mi chiede notizie di I., in maternità.
I. non si è fatta più sentire da quando ha dato la notizia della nascita del suo secondo figlio. I. è sbadata ma ha un senso dell'umorismo straordinario e un modo di vedere la vita tranquillo e sano.

Sì, l'ho sentita I., rispondo io. Sta bene. Che c'è? Perchè mi chiedi?
Perchè dovrebbe rientrare dopodomani, ma non ha mandato ancora le carte per allungare il periodo di maternità.
Ah, dico io, chiamala allora. Sbadata com'è si sarà dimenticata.
No, bè, tu non dirle niente e vediamo cosa fa.
Ma figurati se non le dico niente. Se non la chiami tu, la chiamo io e le chiedo, no? Che problema c'è scusa?

Insomma, a me pareva di parlare a un alieno. Insomma, se c'è qualcosa che non capisci del comportamento di una persona, a casa mia glielo si chiede. Magari è malata, magari è in vacanza, magari le è morto il cane, magari c'ha un'unghia incarnita. Che ne so io?

L'ho chiamata.
Cazzo!!! Grazie Vale, sono la solita testa vuota. Mi sono dimenticata. Grazie, grazie, grazie!
I., sei una delinquente, non puoi lasciare i tuoi datori di lavoro senza sapere niente!!
Lo so, lo so. Lo sai come sono fatta. Chiamo subito.

Passano due giorni e una mia collega-amica mi prende da parte e mi dice:
Vale, non sai che casino hai combinato.
Uh?? Io??? Cosa ho fatto?
L'Ing. Y ha chiamato C. e l'ha rivoltata come un guanto perchè ti ha chiesto notizie di I. e questo ha portato alla tua telefonata.
Uh? E allora? Almeno adesso si sa quando tornerà I., no?
Bè, ecco, vedi... è che l'Ing.Y voleva che I. si dimenticasse di mandare quella lettera così poi lui le poteva mandare una raccomandata e farla fuori.
Ah!

I. ha avuto il suo primo figlio due anni fa e da dopo la maternità è sempre venuta in ufficio alzandosi alle sei e facendosi due ore di treno all'andata e due al ritorno. I. lavora sodo e bene, e non ha mai esternato atteggiamenti aziendalmente fastidiosi. I. ha 35 anni e adesso ha due figli.

Io ho visto parecchie schifezze in quell'ufficio. Ma quasi mai schifezze fatte così tanto apposta alle persone. Voglio dire, fino a quando vedi schifezze di business puoi anche far finta di girare lo sguardo, ma sulle persone no. Sulle mamme poi, neanche a parlarne.

Ecco. Questo episodio era quello che avevo preparato per il mio discorsetto di dimissoni.
Invece non ce l'ho fatta. Cazzo.

Tuesday, August 02, 2005

Marta si è fatta male al dito medio della mano. Se lo è insaccato giocando a quello che lei chiama pallavolo. E' diventato tutto gonfio e viola.
Lei ha detto tra le lacrime di dolore, cercando un lato positivo - figlia di sua madre che non è altro - "meno male che è alla mano sinistra così posso scrivere".

Come faccio a scindere il moto d'orgoglio da quello di paura?
La creatura c'ha solo 8 anni, perdio. Sarà normale?

Monday, August 01, 2005

E' arrivata una settimana fa e ha 15 anni.
E' venuta perchè vuole studiare inglese e italiano e quale posto migliore? deve aver pensato la madre e l'ho pensato anch'io.
Marine, francese, 15 anni, due fratelli di cui uno dell'età di Marta.

E' arrivata col suo borsone da tennis sulle spalle. Adora giocare a tennis.
E il suo borsone deve essere stato un capriccio perchè è trendissimo: si mette sulle spalle come uno zaino, ma le arriva sotto il ginocchio quanto è grande. Ci potrei far stare i vestiti di noi 5 per una vacanza di una settimana, invece lei c'ha dentro solo una racchetta e neanche le palline - che le ho dovute comprare io, accidenti se costano.
Aveva scritto una lettera prima di venire. In inglese. Un buon inglese. Voleva far la babysitter. Per qualche settimana mi sono crogiolata al pensiero di me e del mio bikini a bordo piscina con un gin&tonic permanente sul tavolino.

Quando è scesa dall'aereo le ho detto:
"was your journey ok?"
"uh?"
"was your f l i g h t ok?"
"uh?"
"Il v i a g g i o...? bene?"
"uh?"
"doyouknowhowtomakeagin&tonic?"
"uh uh?"
"vabbè, và, andiamo..."

A me piacciono gli adolescenti.
Davvero. Mi incuriosiscono, mi affascinano.
Mi viene da voler loro bene solo per la goffaggine e per la fatica che sembrano fare per qualsiasi cosa, anche la più banale.
Sarà che son stata un'adolescente. Sarà che vorrei essere ancora adolescente.

E' arrivata e per due giorni è stata in camera col suo telefonino e il suo walkman. La prima mattina le ho rifatto il letto e c'ho trovato dentro un cagnone di peluche che dallo stato si può dedurre la stia accompagnando dai tempi della culla, un altro orsetto e due pezzi di lana a strisce bianche, rosa e azzurre che a naso direi siano quanto rimasto della sua prima copertina.
Non parla, Marine. Neanche quando ci provi. Risponde a gesti e mugugni e di certo non ha nessun interesse per l'inglese o l'italiano. Il sospetto è che siano i suoi genitori a sognare di parlare l'inglese e l'italiano. Ha solo voglia, per quel che vedo, di starsene in camera a leggere, ad ascoltare musica, a guardar le foto scattate durante lo stage di tennis che ha fatto prima di venire qui, dove ha incontrato Adrian (di più non mi è dato di sapere).

All'inizio ho pensato che non stesse bene con noi, poi ho pensato ma guarda 'sti adolescenti di oggi. Poi ho provato a ricordarmi com'ero io e naturalmente mi ricordo diversa e curiosa. Dovrei chiedere a mia madre ma mi sa che non lo ero e che il mio ricordo sia solo una rivisitazione imbellita.

Ieri sera al ristorante c'era un tavolo simile al nostro: dei grandi, dei bimbi e una ragazza adolescente. I bimbi correvano in giro, i grandi chiacchieraveno di cose inutili e l'adolescente se ne stava con la testa chissà dove, quell'aria più astratta che annoiata.

Ho pensato allora che smetterò di crucciarmi ad inventare cose per far divertire Marine, per strapparle qualche sorriso d'entusiasmo.
Ho pensato che va bene così. E che forse la più bella vacanza che le possiamo regalare sia quella in cui lei possa stare sul suo letto ad ascoltar musica e a guardare foto, senza dover parlare a nessuno e senza che nessuno le rompa le scatole interrompendo i suoi sogni.
E non dirò niente a sua madre.

Chissà se è questo che vuole.

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