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Sunday, March 26, 2006

La mia bambina oggi è partita per la settimana bianca con la scuola.

Si, lo so, non è il militare. Non è neanche che se ne è andata a vivere con un uomo in un paese straniero dandomi solo dieci giorni di preavviso come ho fatto io con mia madre.

Lo so, lo so, so tutto, mi son già detta tutto, ma posso ora commuovermi un pochino, ora che non mi vede nessuno?

Questa settimana bianca ha una sua piccola storia dietro.

Perchè se hai tre figli non è che puoi spendere quei soldi lì per uno e non per gli altri.
E comunque, a prescindere, non mi piace che Marta possa dare per scontato una vacanza così speciale che in questo momento ci costa un po' di fatica.

Le è stato detto che quello sarebbe stato il suo regalo di compleanno.
Crudeli noi, forse, ma quella è stata la decisione. Niente altro insieme alla torta.
In realtà poi un pacchettino c'era, coi miei primi orecchini, chè lei si è appena fatta il buco e mi sembrava carino darle quelli con cui mi son fatta il buco io, ma non è un vero regalo, quello, solo un passaggio di proprietà.

Quando le abbiamo detto che poteva andare abbiamo fatto una busta col disegnino di una montagna sopra e una bimba stilizzata che scendeva a rottadicollo urlando aaahhhhh!!!!.
Li ci sono finiti, durante alcune settimane, i soldi contantanti che ci capitava di risparmiare. Qualche cresta sulla spesa, qualche lezione di Philip pagata in contanti.

Un giorno Marta viene da me col suo portafoglio in mano e mi chiede dove sia la busta.
Perchè? dico io. Per metterci i miei risparmi, dice lei. Assolutamente no, dico io, quella è una busta che solo i grandi possono toccare, i tuoi soldini li tieni per comprarti qualche bibita e il cioccolato quando sei là. Vado da papà, dice lei.

E papà è inglese, abituato a mantenersi dall'età di 16, dico 16, anni. In più è un insegnante e l'educazione ce l'ha nel sangue, mica come me che mi calo le braghe al primo segno di sapìn (dicesi sapìn in genovese quando il labbro inferiore di un bimbo si curva in fuori e gli occhi diventan di melassa e tu ti cali le braghe).

Così il portafoglio di Marta viene svuotato nella busta, un tintinnio di monetine lasciate dal topolino dei denti e guadagnate le (rare) volte che ha portato giù la spazzatura.

Oggi nel cortile della scuola c'era un gran bordello di mamme su tacchi alti di scarpe gheopardate e di bambini che facevano a gara ad assicurarsi il miglior posto sul pulman.

Marta chiaramente non aveva organizzato un bel niente e si aggirava frastornata.

A un certo punto mi si è stretta contro e si è emozionata.
Credo che sentisse la piccola importanza di quel momento, che per la prima volta se ne va da sola responsabile di se stessa, senza mamma o papà o nonna o amici dei grandi a starle dietro, ma solo maestri che devono stare dietro a tanti.

Io davvero non avrei pianto se lei non avesse stretto così, nascondendo il muso tra il mio seno (tragicamente il mio seno, non la mia pancia.... la traditrice presto mi supera, lo so), che non l'ho visto che aveva le lacrime, ma lo sapevo lo stesso, perchè sono la sua mamma e sento.

Le ho fatto un sacco di raccomandazioni, oggi, prima dell'ora di accompagnarla:

1. prima prepari te stessa, poi aiuti gli altri. Che io la conosco, e perdipiù è in camera con una bimba in difficoltà, e mi ce la vedo che aiuta gli altri e poi viene cazziata per non essere pronta

2. pensa con la tua testa e se senti che quello che fanno gli altri è stupido, non farlo.
(che non è una raccomandazione a caso. Un esempio? I cellulari sono vietati. Bisogna consegnarli all'insegnante e si possono usare solo tra le 5 e le 6. Marta ha un cellulare perchè da poco va a scuola da sola e mi deve mandare un sms quando arriva, ma le abbiamo vietato di usarlo in qualsiasi altra circostanza. Una sua compagna le ha chiesto "visto che nessuno sa che tu hai un cellulare, per piacere potresti nasconderlo in camera così poi lo possiamo usare tutti?")

3. niente pettegolezzi. Amica delle tue amiche. Siete tutte insieme.

Però mi son dimenticata di spiegarle come funziona la macchine fotografica usa e getta che le abbiamo dato.

Dal finestrino del pulman, ancora nel parcheggio, lei me la sventola disperata come a dire "non funziona!".

Io lo so che è cretino, ma darle quella sicurezza, che la macchina funziona, in quel momento, subito dopo che lei aveva un po' pianto, è diventato veramente importante.

Dio ti ringrazio che in questi ultimi due anni ho imparato, anzi, ri-imparato l'alfabeto muto.

Così l'ho salutata dal parcheggio della scuola. Mimando le lettere con la mano, la guancia, gli occhi e i denti.

E poi lei mi ha fatto ciao con la mano, un gran sorriso stampato in faccia.

Divertiti da morire, amore mio.

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