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Wednesday, March 22, 2006

Quando da piccola arrivava Natale, mia mamma tirava fuori dalla cantina il baule.
Era verde scuro, scuro bottiglia, coi lacci di cuoio, mi sembra di ricordare, che giravano tutt'intorno.
Poi dall'armadio si tiravano fuori due grosse scatole di latta, quelle che contenevano i panettoni e la bottiglia che lo zio Guido aveva mandato anni addietro di regalo, con i disegni dorati delle palline sopra e le ammaccature di molte stagioni sciistiche.

Aprirle era una magia ogni anno, con l'odore della naftalina e delle mani della mamma che si mischiavano mentre calzettoni di lana, occhiali a mascherina con le lenti gialle piscio e la gommapiuma intorno, guanti di pelle un po' rinsecchita venivano travasati nel baule.

Non mi ricordo come il baule arrivasse a Limone Piemonte, nella casa che il nonno aveva comprato per trascorrere le sue estati. Mi ricordo solo che a mio padre la mattina della partenza scattava sempre il nervosismo da troppi bagagli (esattamente come scatta a me oggi) e io lo guardavo pensando ma come stiamo andando in vacanza e tu sei nervoso (esattamente come pensano di me i miei figli oggi).

Che a ben pensarci mi chiedevo anche irritata perchè si arrabbiasse tanto per due luci lasciate accese e anzi mi ricordo perfettamente dov'ero quando ho pensato "io non farò mai così, non romperò mai le palle ai miei figli per due luci accese" e invece chiedete adesso a loro cosa faccio quando ne trovo sparse qua e là, e come mi arrabbio.

Ma questo non c'entra niente.

Deduco che il baule venisse issato sul tetto della macchina, perchè a quel tempo si poteva ancora farlo senza essere additati. O forse ci additavano e i miei giustamente se ne fregavano.

Si andava a sciare tutti insieme, noi e la famiglia del fratello di mia madre in un appartamento, lo ZIO GIORGIO e la sua famiglia in quello di fianco.

Tutta la gioia e l'aspettativa indotta dai profumi del baule si dileguava per me la sera prima del primo giorno di sci. Io son sempre stata l'ultima ruota del carro, quella che eredita sempre tutto da tutti perchè la più piccola, per cui ho sempre avuto scarponi che mi facevano male ai piedi e sci di quarta mano con lamine consunte. E le piste allora mica erano come oggi, livellate col righello. Nonnò, eran battute una volta la settimana e per il resto ci pensavano gli sciatori e quelle gobbe enormi che ti ci ritrovavi in punta con gli sci in su e senza lamine che cominciavano inesorabilmente ad andare indietro non me le scorderò mai.

Nel bagno dell'appartamento di Limone, sul pavimento, ci sono delle piastrelle un po' anni 70 con dei fiori blu e giallo ocra simmetrici, che puoi ricomporli in mille figure fino a quando non ti vanno insieme gli occhi. Io me ne stavo seduta sul gabinetto pensando con terrore all'indomani e chiedendomi disperatamente perchè non potessi essere come mio cugino o mio fratello, che non avevano paura della neve ghiacciata.

C'era una specie di stradina che collegava due piste lungo il crinale della montagna. Almeno, oggi è una bella stradina piatta, ma allora era solo una serie di solchi, delle specie di rotaie scolpite nella montagna dagli altri sciatori. Gli sci senza lamina non facevano presa e io sempre avevo l'impressione di cadere giù nello strapiombo. Mi terrorizzava quella stradina.

Una sera mio cugino, che lo sapevo anche allora che era esasperato dai miei frigni sulle piste che rallentavano tutti, mi fece un bel discorsetto e la mattina dopo mi portò di fronte alla stradina e la fece con me.

Ecco, insomma, io me la ricordo questa cosa.

Lui è il figlio dello ZIO GIORGIO e, per inciso, ci ha fatto questo scherzetto qui.

Lo sapevo io che nella tragedia di essere scoperta dalla famiglia tutta, qualcosa di buono sarebbe arrivato.

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