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Sunday, November 12, 2006

Lei ha preso la rincorsa da circa metà del salotto.
Io l'aspettavo là, di fianco al tavolo, braccia protese e gambe piegate ad attutire il colpo.
Io e lei, occhi negli occhi, per cogliere l'attimo dello slancio e coordinarci.

Io devo mirare alle sue ascelle, prenderla da sotto, dare un colpo di reni e raddrizzare le gambe con una spinta.
Lei deve mettere le sue braccia intorno al mio collo e le gambe intorno alla mia vita e stringere parecchio per aiutarmi a tenerla su.

Dai insomma, è ridicola questa cosa, ormai mi arriva al setto nasale, mia figlia.

Questo gioco qui mio, per prenderla in braccio, e suo, per stare in braccio, è cominciato un po' di tempo fa, parecchio tempo fa, non so più quanto tempo fa infatti.
Infatti non è mai stato un gioco, ma una specie di lento adattamento darwiniano della specie mamma e della specie figlia a misure in crescita esponenziale che sembravano minacciare una consuetudine che si consumava da molti anni.

Invece, stasera, ci ha sorprese la resa.
Non ce la faccio più a tenerla in braccio.
D'ora in poi solo abbracci.
Abbracciare è diverso che prendere in braccio.
Unitevi al mio dolore.

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