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Wednesday, May 31, 2006

A nonno Bill

Though my mother was already two years dead
Dad kept her slippers warming by the gas,
put hot water bottles her side of the bed
and still went to renew her transport pass.

You couldn't just drop in. You had to phone.
He'd put you off an hour to give him time
to clear away her things and look alone
as though his still raw love were such a crime.

He couldn't risk my blight of disbelief
though sure that very soon he'd hear her key
scrape in the rusted lock and end his grief.
He knew she'd just popped out to get the tea.

I believe life ends with death, and that is all.
You haven't both gone shopping; just the same,
in my new black leather phone book there's your name
and the disconnected number I still call.

Long Distance II, Tony Harrison

Wednesday, May 24, 2006


Se uno è miope come, anzi, quanto sono io, capirà che concentrarsi con sul naso gli occhiali invece che con negli occhi le lenti a contatto che porti da....ussignur... son già 25 anni? è un'impresa.
No, davvero, non sto scherzando.
E' difficile da spiegare. Se sei veramente miope che metti a fuoco a 5 cm dal naso è un handicap.
Quando qualche mese fa c'è stata quella scossa di terremoto nel pieno della notte, Philip è scattato su dal letto come una molla e io ero così addormentata che non mi sono praticamente neanche svegliata ma quel secondo di coscienza che ho avuto mi sono accorta di averlo usato solo per raccogliere i miei occhiali dal pavimento dove li metto ogni sera prima di andare a dormire. Io vivo con le lenti a contatto e quando mi ritrovo come stasera che chissà perchè mi davano fastidio ad indossare gli occhiali, mi sembra un misto tra l'essere in vacanza quando tutto sembra un po' precario e passeggero e l'essere su un pianeta diverso con una percezione della realtà intorno un po' ovattata. Difficile concentrarsi.

Comunque questa foto è un po' sfuocata non per i miei problemi di vista ma perchè l'ho rubata a mia figlia l'altra sera prima di andare a cena, mentre lei se ne stava alla scrivania a scrivere.
Ecco. La metto qui e la investo di significati solo miei perchè scientemente voglio che ci sia un segno, in questo mio blog, un'icona a indicare questa mia nuova scoperta della vita.

Lo so che questi son polsi qualsiasi di una bambina qualsiasi, a chi li vede.
Ma per me no. Perchè mi ricordo come se fosse ieri che li guardavo stupita e fissavo le mani attaccate e mi dicevo incredula che non eran più grandi di una moneta da 50 lire, dita incluse.

Non son mica scema, le ho viste quelle mani crescere in questi anni, giochiamo spesso io e Marta a sovrapporre le sue alle mie e scherziamo che lei mi sta raggiungendo e io piango che finirò per essere la più piccola della famiglia.
Ma la differenza la fanno tutti quei braccialetti lì, comparsi dopo la prima comunione e l'orologio e il fatto che lei da poche settimane li tolga ogni sera e li metta ogni mattina.
Insomma, a guardarli bene, a me quelli sembran polsi di una ragazzina, mica della mia bambina.

L'altra sera eravamo in pizzeria con anche un'amichetta di Marta.

Sono almeno due anni che le sue compagne, alcune sue compagne, si fidanzano e sfidanzano con i bambini della classe e non sono ancora riuscita a capire i meccanismi dietro, nel senso che non c'è bacio, solo promessa che si scioglie al primo cambiamento di umore. Come è giusto che sia alle elementari. Ma Marta niente. Marta sorride e scrolla le spalle. Niente di niente. E va bene comunque, come mamma non ho un'opinione su avere o no un fidanzato a nove anni. Fa lo stesso.

Però quel suo scrollare di spalle mi ha un po' ingannata facendomi pensare che lei mi parlava e che mi avrebbe detto se....

Allora in pizzeria l'altra sera chiedevo all'amichetta di Marta, più grande di due anni, dei suoi amori e se le piaceva qualcuno e lei tranquilla mi raccontava dell'amichetto del mare che le piace.
Poi l'amichetta si lascia scappare che anche a Marta piace qualcuno.

Eh? Chi?

Marta si arrabbia con l'amichetta. Ma si arrabbia davvero.
E si rifiuta di dirmi chi le piaccia.

Ecco. Fino a ieri io sapevo tutto della mia bambina. Sapevo quello di cui aveva bisogno, decidevo quello di cui aveva bisogno, le davo quello di cui aveva bisogno e ricevevo bacini in cambio. Sapevo tutto di lei.

Oggi so tutto di lei, tranne chi sia il bambino che le piace.

Allora, io lo so che devo stare al mio posto e non insistere e far finta di essere una mamma perfetta che rispetta e non invade. Lo so, lo so e me lo ripeto e giuro che mi sono trattenuta a forza da un terzo grado e dalle minacce e dai ricatti. Dal barattare quell'informazione con qualcosa che so che lei vuole.

Ma qui, qui lo scrivo quel senso acuto di ..... claustrofobia.
Voler sapere per poter partecipare alla sua vita. Voler sapere, sapendo che hai ancora il potere di costringere. Voler usare quel potere e poi vergognarti molto e non farlo. Offendersi per non essere inclusa nelle sue confidenze e poi pentirsi di esserti offesa, per amore di libertà.

Allora io ho lasciato perdere e alla fine le ho solo sussurrato nell'orecchio che non doveva dirmi chi le piacesse a patto che mi promettesse: se ci sarà un giorno speciale in cui vorrai essere particolarmente carina per piacere dimmelo e io ti aiuterò acconciandoti i capelli e lasciandoti mettere il vestito bello.

Philip mi ha preso in giro dicendo che stavo cercando di accedere dalla porta di servizio e io non è che proprio possa dargli torto. Ma lui è un uomo e (aggravante) è inglese.
Io sono femmina e guardo alla mia bimba come a una femmina.

Insomma, io lo so che son ridicola, ma quella era la mia bambina e ora si sta trasformando in una ragazzina, con la sua piccola vita privata e i suoi braccialetti ai polsi.

Mi abituerò. Solo datemi 10 minuti di tempo.

Saturday, May 20, 2006

Udite udite, è stata annunciata la data del grande evento.
La festa della scuola di mia figlia si terrà domenica prossima.

Arrivo come al solito impreparata.
1. Sono grassa quindi metà delle mamme non mi degnerà di uno sguardo perchè non appartengo alla loro razza di acciugo-abbronzata-con-muscolo-scolpito-e-depilazione-permanente.
Potrei sempre perdere 'sti benedetti 3 chili in una settimana, ma sul muscolo non recupero mica.
2. Non ho niente da mettermi e quindi l'altra metà se non la totalità delle madri mi ignorerà perchè non indosso niente di firmato e con le scarpe da ginnastica arriverò alle loro tette rifatte.
3. Non so cucinare le torte e non posso neanche rientrare nel circolo delle mamme che vendono le loro prodezze culinarie per beneficenza
4. Philip si rifiuta di accompagnarmi e non riesco nemmeno a biasimarlo.

E' la quarta festa di fine anno a cui vado e per le ultime tre mi ci è voluta poi una settimana per rassicurarmi che non sono un babbuino ma che qualcosa di femminile c'ho pure io.

Questa volta un solo scopo mi da abbastanza entusiasmo per affrontare la grande farsa: farci sopra un post.
In particolare, è da quando sono stata su Grazia e ho avuto modo di conoscere Betty Moore, che mi frulla per la testa questa idea.

Per cui questo non è un post ma un invito.
Per Betty Moore che non so neanche se mi legge ma magari son fortunata.

Ci vieni con me alla festa della scuola di Marta e poi ci facciamo un bel reportage sui nostri blog?
Garantisco che tante malvestite tutte insieme non capita spesso di vederle.

Thursday, May 18, 2006

E facciamolo, dai, un bel postone pesante.
Che ‘sto testo qui se ne sta sul mio desktop da un sacco di tempo, che stasera sembra estate e l’alternativa sarebbe fare un post-calendario per descrivere il tour de force delle ultime due settimane di scuola nelle quali noi genitori dobbiamo prevedere l’ubiquità, per presenziare a pizzate serali e spettacoli di fine anno allo stesso tempo, messe e benedizioni del parroco, prove di saggi, saggi, fare torte, vendere torte, esserci all’inaugurazione dei giochi sportivi (lunedì dalle 9 alle 10, del mattino, eh), eccetera eccetera.
Perfino io che son proprietaria di una parte della società ho imbarazzo a giustificarmi coi miei soci; non posso neanche cominciare ad immaginare come si senta una mamma che è dipendente. Perché va bene una mattina, ma poi anche il pomeriggio del giorno dopo, e di quello ancora e ancora?

Quindi facciamo ‘sto bel postone, che poi ce ne andiamo tutti in vacanza.
E diciamocelo chiaro. Chi di noi non vorrebbe ancora una volta, una volta sola, provare per un uomo quel brivido lungo che fa tremar le ginocchia, quel tonfo dentro di tutte le viscere?

Qualche settimana fa me ne stavo in pizzeria e l’occhio mi è caduto su una coppia anzianotta, sui 70 anni. Lui un bel uomo si guardava un po’ in giro, giocherellava con la forchetta e se ne stava zitto.Lei, anche lei una bella donna, aveva la testa reclinata in giù e il mento quasi a toccarle il petto, e sembrava che dormisse.

Un frammento di noia soffocante.

Mentre pensavo così, la mia amica inglese ospite con la sua famiglia per il weekend ha lanciato un’occhiata spazientita verso il marito seduto due sedie più in là e mi ha confidato sussurrando che lui l’annoia a morte e che appen a i bimbi saranno un po’ più grandi, lo lascerà perché questa non è vita.
…azzz!

E’ che a noi che ronziamo intorno agli anta e che abbiamo dei bambini, conosciamo i nostri uomini che potremmo prevederne perfino le carezze, abbiamo figli grandi abbastanza per non assorbirci più tutte le energie come prima e, soprattutto, sentiamo di meritarci qualcosa di speciale.

Ho fatto un pensiero nuovo di recente. Le coppie litighiamo sempre per le stesse cose. E son cose importanti, non roba tipo hai lasciato i calzini sporchi ai piedi del letto di nuovo. E’ che anche se lo sappiamo tutti bene che le persone non si cambiano, nelle divergenze d’opinioni, quando così strenuamente crediamo in qualcosa, vogliamo davvero che anche l’altro ci creda. E da qui a voler cambiare qualcuno il confine è molto tremolante.
Spesso questo confine è così sfumato che le coppie si perdono ognuno per la sua strada senza quasi neanche accorgersene. Subentra una specie di stanchezza, come la sera prima di un esame all’università, quando è più comodo abbandonarsi al destino, al sarà quel che sarà invece che continuare a studiare fino a tarda notte. E poi a quel tipo di stanchezza, a volte si innesta, soprattutto se sentiamo di meritarci qualcosa di speciale, perfino del risentimento che unito a quella voglia del brivido lungo di cui sopra, fa il botto.

Di recente, questo e questo mi hanno fatto riflettere.

Che la monogamia non faccia per noi è concetto che condivido quando espresso bene, ma che sento ripetere così spesso che ormai mi sembra sia quasi diventato come uno slogan della mia generazione come in tempi passati “l’utero è mio” o “verginità al matrimonio”. Ok, abbiamo fatto tutti una scoperta, o meglio, abbiamo preso coscienza di questa consapevolezza e ora siamo così moderni da poterla dichiarare senza urlare allo scandalo. Vabbè, e allora?

Però io sono una persona normale e nella mia banalità il poliamore lo intendo così.
La premessa da per scontato che uno si accoppi, nel senso etico/contrattuale del termine, perché la persona sia piaciuta, amata e scelta. Ti accoppi con il brivido di cui sopra e l’entusiasmo verso l’altro e verso la vita ancora tutta da vivere e, secondo me, anche con delle aspettative, nel senso più puro del termine, nel senso di progetti, nel senso di fiducia nell’altro che ami così tanto che pensi sarà capace di essere più bravo di te. Più bravo specie nelle cose in cui sai di non essere bravo.
E poi mentre il brivido si trasforma in uno scialle di lana, può capitare che tu non ti senti vecchio abbastanza per indossarlo e che l’altro poi così tanto più bravo di te non sembri essere. Insomma, una sfiga nera.
E c’è da incazzarsi, perché ti ritrovi in mano una cosa che non è quella che volevi, come quando lasci tracce in giro prima di Natale per far capire cosa desideri, chennessò una borsa, e nel parlare di quella dell’amica la descrivi bene e lasci cadere in conversazione che ti piace e neanche uno stupido potrebbe non capire cosa ti deve comprare e poi quando spacchetti te ne trovi una simile ma non è lei.
Ecco, io credo che quando ti accoppi coi presupposti di cui sopra lo sai bene cosa vuoi e che le cose che ti ritrovi dopo in mano c’erano già al momento della scelta e che se non le hai viste o hai sperato di cambiarle vuol dire che non sono così importanti. Magari nel corso della vita lo diventano, importanti, perché più viviamo più ci affatichiamo, più diventiamo intolleranti, più egoisti (ed è per questo che spesso i vecchi sono pesanti) e meno aperti.
Ma quelle cose lì all’inizio non erano così importanti.

Poliamore è anche innamorarsi della stessa persona. Cancellare con una passata di spugnetta il disappunto per le aspettative mancate, riconoscere che quelle aspettative eran costruzioni su qualcuno che era già così prima e che l’abbiamo scelto ciononostante.
Smetterla di litigare per divergenze incolmabili.
Si, smetterla, di punto in bianco, da un giorno all’altro, come quelle persone che smettono di fumare e quando chiedi loro come abbiano fatto ti rispondono che è cliccato loro qualcosa dentro. Dimenticarsele. Se sono incolmabili non le colmi. Elementare.
Smetterla e concentrarsi sul resto, su quel resto che è tanto, che un tempo era tutto, il tutto che si è scelto, e che ci andava benone.
Quando si smette di accusare l’altro di non essere quello che vogliamo (non pensiamo, vogliamo) che sia, si ricomincia ad ascoltarlo.
Riconoscere che non può essere più bravo di noi dove pensavamo potesse non è una delusione, è amore.
Secondo me.

Tuesday, May 16, 2006

Ho deciso che, in mancanza di un'attività intestinale regolare, io nella vita ho bisogno di una sola cosa al giorno: una buona notizia.
Di nuovo scopro l'acqua calda e riesco a sorprendermene.

Per esempio oggi dopo una giornata così così me ne torno a casa e mi trovo nella posta una di quelle lettere targate postel che per me significano:
1. estratto conto della banca (vietato aprire: ti fa vedere sempre il rosso di almeno 15 giorni prima e quindi meno rosso di quanto non sia realmente quando apri la busta)
2. la società autostrade che da almeno 4 anni mi chiede di pagare un telepass non letto di 1,5 euri
3. bollette agam, enel e annessi e connessi

Ahah. E invece no. Questa qui era dell'agenzia delle entrate. Mi restituiscono 1500 euri che mi devono dal 2001.

Ecco, vedi, ci vuole poco per farmi felice? Solo una bella notizia al giorno.
Che poi questa sono due, perchè mi sembra lecito dedurre che ho anch'io 5 anni di tempo per pagare i miei creditori.

Sunday, May 14, 2006

Di tutti i cugini io sono la più piccola.
Non è vero, ce ne sono due che sono più piccoli, ma erano troppo più piccoli perchè contassero qualcosa, allora.
Degli altri ero la più piccola e va da sè che le prime festicciole dei loro 14/15 anni, io ce ne avevo 11 ma potevo andarci lo stesso.
Le feste implicavano una seria organizzazione.
C'era sempre chi portava il giradischi, chi le casse più potenti, chi gli lp, e chi le luci psichedeliche. Dio che ricordi.... erano tre, gialla, rossa e blu e l'unica ad averle era mia cugina Chiara.
Con le pinze incorporate, le attaccavamo in sala sulle mensole dei libri.
E poi c'era chi aveva quel braccetto per far suonare i 45 giri uno dietro l'altro.
Molte feste si facevano nel salotto a casa mia, altre nel seminterrato della casa di mia cugina, altre nel seminterrato di un palazzo dove vivevano alcuni amici.

Verso credo i 12 anni a un Natale mi hanno regalato l'agognato giradischi. Se ne stava sul mobile della mia camera con la sua copertura di plastica bombata marroncina e con l'aggeggio di vellutino rosso per pulire i dischi e anche qualche altra cosa per pulire la puntina.
Vorrei davvero ricordarmi che musica ascoltassi. Era musica banale di una ragazzina banale, disco-music in 45 giri che mio zio Piero (quello che faceva i regali trendissimi) ci portava. Chiaro che era sempre a volume altissimo e mia madre entrava in camera e mi diceva che musica orribile che ascoltavo e io la guardavo basita e le chiedevo ma come è possibile che non ti piaccia?

Avevo anche il 45 giri di Celentano, di quella canzone che non mi ricordo come si chiama su quella ragazzina che cresce e che il padre la guarda e si commuove. Com'è che faceva?...e intanto il tempo se ne va....
Me lo aveva regalato il mio papà, come credo allora avesse fatto la stragrande maggioranza dei papà, e io l'ascoltavo e cercavo di capire perchè me l'avesse comprata ... che sciocchina.

Eran secoli che non vedevo più un giradischi.
Ne ho visto uno ieri sera a casa di mia cugina e mi sono stupita che se ne stesse lì in sala come se fosse ancora usato.
Passavan di lì i miei figli e ho chiesto loro "cos'è questo?"
L'han guardato bene e poi con un'alzatina di spalle mi han risposto "bò?!"

Siamo andati ad Udine, questo weekend, alla comunione di Matteo. Un viaggio lunghino, in macchina, durante il quale io a più riprese ho dovuto scongiurare Marta di non parlare e ascoltare contemporaneamente la musica nel suo mp3, che è odioso quel tono di voce troppo alto e senza intonazioni, di tenere la musica un po' più bassa, che ogni volta che le rivolgevamo la parola lei urlava un "eeh?" e, soprattutto, di non cantare a squarciagola stonata quella musica orribile.

Wednesday, May 10, 2006

E' una bella definizione, quella della mamma piovra.

Pensavo oggi ai miei tempi di appena-mamma in Inghilterra. Ho perso il lavoro a Londra perchè ero incinta. Lì c'era una legge (non so se ora sia cambiata) che il datore di lavoro ti può licenziare senza giusta causa se non hai lavorato per lui per almeno due anni e ti pare che io sia il tipo da stare lì a calcolare? E se lo fai bene, senza lasciare tracce, riesci anche a licenziare una donna incinta e non c'è avvocato che tenga.

Così senza lavoro mi son ritrovata a fare la mamma di una neonata a tempo pieno.
Vabbè, non so bene come dirlo ma intanto io mi ci sono riconciliata con questo senso di disagio già molto tempo fa: io mi annoiavo. Si, mi annoiavo.
Mia figlia era la cosa più noiosa del mondo.
Per cominciare si svegliava troppo presto per me. Veramente troppo presto e rompeva coi suoi mugugnii, anche se la mettevi di fianco a te nel lettone. Poi alla fine, quando incazzata mi decidevo ad alzarmi e a cominciare la giornata, me ne andavo in bagno a fare la doccia lasciandola sul letto tra due cuscini e quando tornavo lei .... si era addormentata, cazzo.
Troppo tardi per rinfilarmi nelle coperte anch'io.
Ormai sveglia come un grillo, mi toccava scendere le scale e cominciare con le incombenze di casa, tipo mettere a posto il giornale lasciato sul tappeto di fianco al divano la sera prima, che se lavori è totalmente superfluo e si può aspettare di buttare tutta una pila il sabato dopo pranzo, ma se non lavori diventa una questione di principio.
Dipende sempre tutto dalle prospettive, e io ho chiara ancora ora l'immagine di me e Philip che litigavamo perchè io trovavo un affronto quella sua pigrizia e quel mio piegare la schiena ogni mattina a raccoglierlo. Scema io.

Nel disperato tentativo di riempire le giornate io e Marta, o meglio io che spingevo una carrozzina con dentro Marta, quindi in realtà, io sola, approfittavamo delle infinite opportunità che la fantasia inglese offriva alle giovani donne nella mia condizione: mother and child groups.
A un mese (di Marta) andavamo già alle riunioni di altre mamme con la health visitor, una specie di infermiera specializzata che parlava di cosa avremmo dovuto fare per essere perfette coi nostri bimbi. A tre mesi (sempre di Marta) frequentavamo club nei basements dove le mamme cantavano canzoncine e filastrocche tenendo in braccio i loro bimbi e facendo batter loro le manine e poi alla fine si facevano un caffè in tazze sbeccate guardando vestiti di seconda mano in vendita su rastrelli messi in file all'entrata.

Ricordo una di queste riunioni, dove c'era la massaggiatrice che insegnava a fare i massaggi ai poco-più-che-neonati. Eravamo tutte lì con il nostro olio, chi con quello esclusivamente di mandorla comprato in erboristeria, chi con quello Johnsons (tra le quali io).
Questa massaggiatrice era quasi in uno stato di rapimento estatico e ci diceva di massaggiare così, e così, e così, "with beautiful hands". Continuava a ripetere beautiful hands, beautiful hands, beautiful hands.....
Io sono scoppiata a piangere. Le mie mani sono notoriamente brutte, io odio il senso di unto sulle mani e la mia bimba si contorceva tutta e per quanto mi riguardava, in proporzione alla piccola superficie del suo piccolo corpo, il massaggio era bello che finito dopo 5, ma siamo generosi, 6 minuti.
Ho preso su mia figlia, rivestendola alla bellemeglio, e sono scappata in un pub, con una mia amica anche lei sull'orlo delle lacrime e ci siamo fatte una pinta intera di birra alle 11 del mattino.

Sempre in Inghilterra, un giorno parlando con una mamma dico che Marta l'ho partorita con il cesareo (era podalica) e lei raggiante e quasi invidiosa, con entusiasmo mi dice "fantastic! so...you are honey-moon-fresh!!!" Vale a dire che la donna avrebbe due verginità a cui far fronte: la prima scopata e il primo parto. Dio che follia.

Potrei raccontare nel dettaglio il parto di almeno 20 mamme che ho incontrato nella mia vita inglese e non, potrei raccontare dell'espressione di pena quasi fosse morta mia madre di quella donna a cui ho detto che non avrei più allattato Marta e le avrei dato il biberon. Non era pena per i miei capezzoli tagliati fino a sanguinare (che Marta rigurgitava latte rosso) o per il dolore che immaginava provassi (che non so se mi spiego ma provate a farvi fare un succhiotto appassionato su un taglio profondo), nonnò, era pena per Marta a cui veniva negato il latte MATERNO.

Ecco, io rifuggo le mamme piovra. E' il mio incubo la possibilità di diventare una di queste. Io cerco continuamente conferma nelle mie amiche, e dio ti prego fa che mi vogliano abbastanza bene da darmi un segnale se mai diventassi noiosa così.

Però. C'è un però. Rifuggo altrettanto le non-mamme piovre.
Quelle che non hanno figli e te lo sbattono in faccia come una bandiera a segnare una conquista di mostre che vanno a visitare, di libri che divorano, di posizioni politiche che sanno argomentare in profondità. Quelle che smettono di frequentarti perchè sono infastidite dal contatto coi tuoi bambini, e sembra che lo facciano perchè le creature ricordano loro un orologio biologico e loro si sentono inadeguate perchè non fa tic-tac.

Io ho un'amica che non vuole avere figli. Non ne vuole, punto. Lo dice e penso che ci metta del coraggio, perchè perdio quante pressioni ad essere femmina e non volere bambini!
Ma la sua schiettezza e semplicità nel non essere una non-mamma piovra è un insegnamento a me per non diventare una mamma piovra.
Così mi piace di una donna.

Abbiamo tutte quasi 40 anni, qui intorno a me. Io ho deciso di averne, altre donne no.
Io mi aspetto che chi si, ne viva la gioia e non annoi gli altri raccontando le prodezze dei figli nei minimi dettagli ad una cena tra adulti che parlano di cose adulte.
E che chi no, non ribadisca fino alla noia i vantaggi di non averne.
E mi aspetto che chi si, abbia ancora l'energia di appassionarsi ad un libro o per una mostra, o almeno (in mancanza di tempo per farlo di persona) ai racconti di chi l'ha letto o l'ha visitata.
E chi no, che sappia ascoltare un aneddoto, o uno sfogo, o un problema di mamma, e appassionarsi a quanto accade in quella vita.

La mia amica lo sa fare. Senza tanti fronzoli.
In generale, secondo me, si chiama partecipare alla vita dell'altro. Senza stereotipi.

Tuesday, May 09, 2006

Quanto capiscono i bambini della vita?

Io non mi ricordo di aver mai ricevuto tante spiegazioni, nella mia vita di bambina. Le cose succedevano e basta, perlopiù calate dall'alto dalla quasi sovrannaturale presenza dei genitori. E forse questo me le faceva vivere con più superficialità. Le poche spiegazioni contestualizzavano poco, rilegavano una gran fetta di vita al mondo dei grandi.

Invece, noi genitori "moderni" ci dicono che si deve parlare, e noi lo faremmo comunque, credo, perchè ci piace farlo, perchè ci sembra un segno di rispetto ai bambini, una rivincita buona a certi bisbigli, alle porte della cucina chiuse mentre mamma e papà cenavano il sabato sera con gli amici.

Così ci viene detto in ospedale che della malattia terminale di nonno Bill bisognerà parlarne ai bambini, perchè se non lo si fa loro poi potrebbero colpevolizzarsi.

Ora, come possano i miei bimbi sentirsi colpevoli della morte del loro nonno di 80 anni che vive all'estero e vedono se va bene una volta all'anno, è cosa che la mia mente, forse semplicistica, non riesce a cogliere come una reale possibilità. Colpevoli è una parola grossa e i bambini non sono sciocchi.
Però sul fatto di prepararli, su questo si, son d'accordo, perchè invece ci credo a quella faccenda dei genitori moderni che spiegano, moderando s'intende.

E allora ieri sera a cena Philip ha introdotto l'argomento. Io ero al telefono perchè c'è una specie di magia in questa casa che come appoggiamo tutti il sedere sulla sedia di fronte al piatto caldo driiinnn, che mi sa che echelon è anche qui.

Quando ho messo giù il telefono sono arrivata giusto per la frase "This means he is going to die sooner rather than later" o qualcosa di simile, che perfino il mio cuore è scivolato giù tonfando nel bacino.

Troppo crudo? me lo sono chiesto all'istante ma poi.... che modo c'è d'altro per parlare della morte?

Marta
Solo un secondo perchè le parole entrassero dentro ed è scoppiata a piangere. Mi è venuta in braccio. Disperata che non si fermava. In una pausa gli occhi strizzati si sono aperti e han fissato i miei che sembrava uno scanner in cerca di una risposta che negasse le parole.
Ho dovuto dire che non gliela potevo dare. Ho boccheggiato come un pesce. Perchè io di solito so inventare cose sceme da dire per sdrammatizzare le questioni dei miei bambini, ma lì proprio non veniva fuori niente.

Giacomo
Ha sentito le parole e lì per lì non ha reagito affatto. Poi gli si è piegato il labbro sotto in una smorfietta. Mi ha fatto venire in mente quando gli chiedo se la maestra lo ha sgridato (lui ha una maestra un po' severa) e lui mi risponde di si e io gli chiedo "hai pianto?" e lui mi risponde "no, ho resistito". Philip gli ha detto "it's ok, Giacomo, you can cry if it comes out" ed è uscito. Piangeva senza aver ben capito perchè ci fosse da piangere. Ma ha capito che c'era qualcosa per cui piangere.

Davide
Non ha pianto affatto. Non una lacrima. Non ha capito, mi sono detta. Meglio, mi sono detta. Strano, mi sono detta. E' inutile, se hai dei gemelli identici non finisci mai di stupirti di come possano essere diversi. Al contrario dei suoi fratelli, la sua reazione è stata quella di alzarsi e di baciarli e abbracciarli e consolarli, senza sapere bene perchè, lo vedevi dallo sguardo disorientato che aveva.

In fondo, quella di Davide mi è sembrata la reazione più cruda e distaccata, ma al tempo stesso quella più adatta ad un bambino che non deve per forza capire tutto della vita.

Questa non vuole essere una telecronaca. Ma suona tale perchè a parlare di morte ai miei bimbi mi son vissuta come se mi vedessi dall'alto, esattamente come alcuni dicono succeda mentre muori.

Davide, dopo, quando tutti si erano calmati ed erano tornati alla normalità del mettere a posto la cucina, del pigiama, dello spazzolino, delle esortazioni di mamma e papà a muoversi che era tardi, Davide quando mi ha dato il bacino della buonanotte mi ha messo i braccini intorno al collo, mi ha tirato contro di sè e mi ha bisbigliato "io non voglio che daddy resti senza genitori".

Forse capiscono molto i bambini della vita.

Monday, May 08, 2006

Posso ragionevolmente pensare di saper oggi manipolare mio marito con una certa grazia perchè
faccia qualcosa che io voglio e lui non proprio.
So superare quando sono di fretta la fila al semaforo usando la corsia di chi svolta a sinistra e poi immettermi fingendo uno sbaglio e alzando una mano ringraziando.
E sul lavoro non dò più subito appena mi capita che me lo chiedano il telefono di un contatto senza prima quantificarne il valore, anche solo virtualmente mettendolo su un taccuino immaginario.
E si, a volte sono gelosa di qualcuno, in genere di qualche femmina. Son perfino stata gelosa di qualche amica, cosa che reputo disdicevole assai.

E molto spesso mi interrogo su che razza di persona io sia, come sabato scorso al supermercato, che c'era un casino indiavolato, 4 carrelli strapieni davanti a me e quando è stato il mio turno e la cassiera era lenta e scherzava con le colleghe invece di passare i prodotti con la velocità che ritenevo appropriata e io ho cominciato timidamente a lamentarmi e ho finito per chiederle con tono isterico-c'ho-tre-figli-e-pochi-soldi-e-sono-stanca-e-domani-c'ho-40-persone-a-pranzo-e-io-mi-faccio-un-culo-così-e-tu-sei-inefficiente mi da il nome del suo responsabile?.

Però. Cazzo però io di una cosa di me sono proprio sicura. Voglio dire, praticamente è l'unica cosa di cui sono sicura su me stessa.
Io cose apposta per umiliare qualcuno non ne faccio.

No, ecco, dovevo scriverlo. Perchè sai com'è la storia che se uno ti dice che sei grassa corri a casa a guardarti allo specchio e ti viene il dubbio?
Ecco, no, quel dubbio non te lo lascio insinuare.

La vigilia
Me ne sto in macchina la mattina per la mia solita oretta di coda. Squilla il telefono.
Ciao Mamma.
Ciao tesoro, allora stamattina vado dal grossista della carta a comprare piatti e tovaglioli.
Si, grazie mamma. Anche delle coppette per le salse del barbecue.
Coppette come?
Coppette tipo macedonia.
Cioè non fondine?
No, coppette, non fondine.
Ti ho comprato anche i gamberoni, chè agli zii non piace tanto la carne.
Sei grande mamma.
Di che colore le coppette?
Bianche va bene mamma.
E i bicchieri e i tovaglioli?
Direi bianchi anche loro.
Ma non sraebbe più carino colorati, magari rosa, chè si addice ad una comunione?
Ok, allora rosa. O bianchi, fa lo stesso mamma.
Vabbè, vado a vedere cosa hanno.
Ok, grazie. Ciao
Ciao.
....................

Pronto?
Pronto sono di nuovo io.
Ciao mamma, dimmi.
Ho pensato, chiama quelli che portano i tavoli e chiedi di che colore sono le tovaglie.
Uh?
Si, le tovaglie a scacchi che portano. Di che colore. Perchè se son chennessò, rosse, poi il rosa ci sta male.
Va bene mamma.
Ma se non hai tempo dammi a me il numero che chiamo io.
Non ce l'ho qui mamma, ce l'ho sul pc. Quando arrivo in ufficio li chiamo e ti chiemo.
.......................

Pronto?
Ciao, io dovrei uscire, hai notizie?
Li ho chiamati ma il cellulare era spento.
Ah.
Eh.
Ah.
Ok, aspetta che richiamo e poi ti dico.
.......................

Mamma? Li ho trovati. Sono a scacchi bianchi e verdi.
Bene. Ciao.
.......................

Pronto?
Ciao sono io.
Ciao MAMMMMMA!!!
Son qui al negozio.
Ma verdi come?
Verdi, MAMMA!
Verdi pisello, verdi prato o verdi scuro scuro?
Aaarghhhhh, mamma!!
Se no prendo tutto rosa che col verde ci sta bene.
Bò, mamma, scegli tu.
Però le coppette ci sono solo bianche.
Allora prendi tutto bianco che andiamo sul sicuro.
Prendo questo verde qui, che è proprio bello.

Il giorno.
Le ho fatto uno scignon veloce per tenerle alti i capelli che non si bagnassero sotto la doccia. Ha voluto che gliela facessi io la doccia perchè già dal mattino era immedesimata nella parte e voleva fare tutto per bene, senza sbagliare niente.
Poi era già deciso che le avrei risistemato i capelli con la spazzola rotonda, ma io la spazzola giusta non ce l'avevo e ho fatto come potevo. Non s'arricciavano all'insù come dal parrucchiere e quando ho finito erano esattamente come quando avevo cominciato ma lei mica se ne è accorta e più tardi quando le hanno fatto i complimenti tutta fiera ha detto "è la mia mamma che mi ha fatto i capelli".

Vanno bene queste mutandine? Non ti stringono? (perchè io sono in arretrato con l'aggiornamento delle taglie e nel cassetto ci sta ancora la biancheria di quando aveva 5 anni e lo sa solo lei quali si e quali no)
No, mamma, van bene.
Ok mettile allora e metti anche i collant che io nel frattempo mi preparo.

Arriva in camera mia con i collant e basta, le spalle quadrate perchè fa nuoto, la pelle liscia e quell'accenno di un seno che lo vedo solo io che sono sua madre.
Mamma, mi tremano le gambe.
Anche a me, tesoro. Vieni che mettiamo il vestito.

Quando mi sono sposata avevo un vestito con una fila interminabile di bottoncini arancioni dietro.
Me li ha allacciati mia madre, in camera sua. Mi ricordo che mi tremavano le gambe e io ho pensato che volevo proprio che lo facesse solo lei, di allacciarli tutti. E ci muovevamo in una specie di balletto delicato, quasi sacro. Io che mi fidavo solo di lei perchè solo lei avrebbe fatto esattamente tutto giusto perchè io fossi perfetta.

E coincidenza vuole che oggi il vestito prestato a Marta per la sua prima comunione avesse una fila di bottoncini sul davanti e che io con le mani di mamma glieli abbia allacciati e che mi sia ritrovata a farlo con quella stessa cura di volerla felice e che alzando lo sguardo abbia visto nei suoi occhi quella stessa fiducia.

Che fosse bellissima, la mia bambina, va da sè.

Ah. Le tovaglie a scacchi.... quelle verdi, a scacchi, si son dimenticati di portarle.
Ma il verde scelto da mia madre era perfetto.

Saturday, May 06, 2006

Il grigio è quando dietro non c'è luce che illumina.
Il grigio è un riflesso di colore che aspetti di vedere.
Anonymous

Friday, May 05, 2006

Le mille vite che avrei potuto vivere.
E una sola che chiama a gran voce.
La direzione presa, la direzione scelta con tale intensità e fiducia che anche a distanza di tutti questi anni, quando la vita ti porta a desiderare tutti gli altri se e l'essenza delle tue scelte si è diluita come il profumo di lavanda nell'armadio a fine stagione, lì ancora sta radicata quella direzione, ancora ne sei innamorata. Ancora si rigenera.

La campagna inglese sempre uguale a se stessa che tu sia quasi in Scozia o in Galles o vicino a Oxford. Eppure diversa, forse.
I campi di quel verde lì solo suo. Li percorri in macchina e pensi che la mente ha bisogno di spazi, in quegli spazi, senza case ad interrompere il pensiero, si dilata e finalmente si rilassa.
Se fossimo rimasti .... i nostri figli sentirebbero quei panorami casa.
Quell'idea là, che avevo avuto, di aprire un negozietto di gastronomia italiana, suonava stupida allora. Lo era, perchè non mi ci vedo proprio a cucinare per lavoro, ma forse sarebbe stato bello, sarei stata quasi-ricca a considerare i prezzi là.
E Giacomo e Davide con le loro uniformi di scuola e le cravatte con l'elastico dietro.
Farebbero le sottrazioni partendo dal numero più piccolo verso quello più grande, come fanno i bimbi inglesi, e io mi sentirei veramente magra invece di sentirmi veramente grassa.
Perchè in Inghilterra tutto è il contrario di tutto, anzi no. Tutto è il contrario di niente perchè quando cammini per strada tutto è tutto. All'università c'è un ragazzo con uno di quei registratori a cassetta coi tasti tipo un piccolo pianoforte che ascolta la musica vicino ad un amico con l'i-pod e va bene uguale. Tutti e due sulla panchina. E di fronte al museo una ragazza bianca esce, sorride e bacia sulle guance il suo amico africano e si incamminano verso chissà dove, un cinema? un bar? a braccetto, piegandosi in avanti ridendo ad una battuta cameratesca.
Per strada ci sono donne con i collant di pizzo nero, come andavano di moda negli anni 80, e donne con le gonne di cotone a balze e le infradito e tu, provinciale schiava del cambio degli armadi, ti chiedi che stagione sia.

Io mi sento a casa lì. Mi fa bene. Mi ridimensiona alla semplicità.
I mille se li stempero con la maturità.
E ai miei figli (so che mi costerà) dirò di andare. Via. Lontano. A vedere.
Se vorranno, potranno tornare come ho scelto io.
Ma dirò loro di andare a vedere e se torneranno, di tornare solo scegliendo con passione e fiducia.

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