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Sunday, February 25, 2007

Non so se amo più lei o i suoi cestini.
Voglio dire, certo che amo più lei, ma non credo che lei sappia quanto ami anche i suoi cestini.

Ceste di midollino sottile chiaro o di vimini o di paglia, morbide o grasse e squadrate con i manici. Una per il pane, una grossa sotto il lavandino del bagno, tre a forma di cassetti, quelle con le cose delle bimbe, quelle vuote sopra gli armadi che però lì ci stanno tanto bene. Per non dimenticare quelle che ha lasciato nella camera dei miei bimbi.

Le ceste di Angela a me scaldano il cuore per due motivi.

Il primo è che mi riordinano dentro al solo guardarle.
Lei è terribilmente ordinata, un giorno mi ha detto che il suo ordine è una patologia, un punto fermo a tenerla ferma, a impedirle di vagare e di perdersi.
E' vero, chi non prova quella sensazione di pulizia e giustezza dopo aver messo tutto a posto?
Ma io mi riordino dentro solo a guardare la sua casa, perchè ogni oggetto sembra stare al suo posto mai per caso.
Ogni volta la sua casa è diversa e le cose stanno appoggiate con un significato che chissà qual è, su una tovaglietta etnica messa di sbieco che prima non c'era o a reggere una fotografia comparsa dal nulla o a stupirti in un posto poco ortodosso. L'ordine non è mai asettico; ti sembra invece raccontare una carezza e un'allegria per ogni oggetto.
Ora che ci penso si sente come se ogni oggetto fosse lì lì per scoppiare e cambiare posizione sotto i tuoi occhi con uno sberleffo.

L'altro motivo per cui adoro le sue ceste è che le ho viste ormai in così tante case diverse da diventare fotogrammi della nostra amicizia.
Le ho viste in Brianza nell'appartamento dove Giacomo e Davide hanno camminato la prima volta e poi in Inghilterra in un cottage da fiaba (la più bella casa in cui abbia mai dormito), e poi a Roma un po' inaridite dalla malattia e poi vicino alla tanto odiata Valassina, dove hanno avuto il tempo di riprendere vita.

Fra non molto saranno imballate di nuovo e la cosa buffa è che io non riesco a sentirmi veramente triste.

L'altra sera, a casa sua, con i miei bimbi e le sue bimbe a lanciare areoplanini di carta sulle candele accese con amore e noi quattro a chiacchierare del più e del meno, è successo ancora quello che mi succede sempre a stare con lei. Che un nonsochè che mi dava un fastidio indefinibile dentro ha trovato una forma e mi si è srotolato fuori in parole, prima ancora che io mi accorgessi quanto disagevole fosse per me, perfino quasi senza che io mi accorgessi che ne stavo parlando. Le parole uscivano e piano piano si rafforzavano incontrandosi con la sua esperienza e quella di suo marito e trovavano un posto, un ordine, una normalità.

Non riesco a essere triste.
Andrà lontano con le sue ceste, ma andrà dove vuole essere, finalmente a casa.
E poi, non vedo l'ora di vedere dove le metterà, rinventando il loro contenuto :).

Anch'io parto (è di nuovo quel momento dell'anno e vale lo stesso testamento - però, se sopravvivo voglio ripetere questa esperienza). Vorrei tanto fingere un blocco alla schiena per poter essere in Italia mercoledì prossimo a vederla parlare di cancro a L'infedele su La7.
(Voci di corridoio sostengono che Gad Lerner si sia innamorato cotto di lei)

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