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Saturday, January 26, 2008

Vorrei parlare del ginecologo che li ha fatti uscire, ma mi sa che l'ho già fatto.
E di quando volevo buttarmi giù dalla finestra e mi ha trattenuto la paura che dal terzo piano mi sarei fatta solo male?
Credo invece di non aver mai scritto di quando avevano solo pochi mesi e gattonavano. Lavoravo part time a quei tempi e quando arrivavo a casa alle due, dalla porta del salotto spuntavano i loro due musi, uno sopra l'altro da dietro lo stipite come nei cartoni animati e poi....vvvvffff....un ammasso di gambe e braccia veloci come due gattini curiosi. In fretta mi dovevo sedere per terra alla fine del corridoio e parare l'irruenza del loro assalto.
Vorrei dire ancora e ancora del modo solo suo con cui Davide arrotola il piumone nel letto o la copertina del salotto, tra le mani e poi si strucia il tessuto morbido tra le labbra. Lo chiama strofinino, a volte mi chiama e lo struscia sulle mie di labbra e mi dice "mamma, senti questo, è proprio uno strofinino di qualità". D'altra parte aveva solo due mesi e già con le ditina lunghe quanto una mia falange accarezzava il bordo di raso della coperta trapuntata del lettino.
Neanche ho scritto di Giacomo che certi giorni si siede a tavola e non mangia il pane. So allora che qualcuno a scuola gli ha detto che è grasso e so che a quel qualcuno vorrei spaccare la faccia.
O di quando ometto si ostina a portare i sacchetti pesanti della spesa su per le scale. O di quanto ingenuo bugiardo e opportunista possa essere allo stesso tempo.
Non ho detto che ad ogni mio abbraccio con Philip, arriva uno dei due ad interrompere. Scivola tra noi e pretende di fare il prosciutto del sandwich.
Nè che quando io per scherzo esclamo che ormai sanno fare tutto da soli e che non servo più a niente scatenano una rivolta e urlano concitati che no, mamma, tu servi, servi a farci le coccole, e i fiocchi alle scarpe e....e poi non trovano più niente da dire perchè nel loro mondo pratico di bambini è proprio vero che servo sempre meno. E allora coprono l'imbarazzo dei puntini di sospensione con un abbraccio.
Ho scritto di certo di quando pitturavo a uno l'unghia del ditone del piede con lo smalto rosso per essere sicura di non confonderli. Era il mio terrore l'idea di averli partoriti con un nome e scambiarglielo strada facendo. Ciononostante ci son stati episodi di due supposte di glicerina una dietro l'altra nello stesso sedere e di biberon doppio a uno mentre l'altro gridava di fame e io pensavo che avesse le coliche dopo il latte.
Non so se ho scritto di quando Davide è caduto in piscina che avrà avuto due anni e per poco annegava, mentre della macchina che lo ha investito si, me lo ricordo bene di averne scritto.
Giacomo non si è mai messo veramente nei guai, a parte quella volta che è caduto dal letto a castello, dal pian alto del letto a castello, intendo. Di testa. Un bernoccolo grande come un uovo sodo con tutti i capelli radi sopra. E io che, giovane e ancora non ansiosa, neanche l'ho portato al pronto soccorso. Ancora oggi ha il segno. Ha anche un altro segno in testa. Lì i capelli non crescono proprio più. Una cicatrice di quando ha sbattuto contro la testata del letto di ferro battuto mentre saltava sul materasso. Era la prima volta che mi capitava di dove far fronte ad una ferita alla testa. Non sapevo sanguinasse così tanto e ad un certo punto, direi al terzo asciugamano inzaccherato di sangue, mi è preso un attacco di panico.
Ah, no, mi viene in mente che in un'altra occasione mi ha fatto prendere un gran colpo. Alla corsa campestre, quando aveva 5 anni. Un formicaio di bambini, il colpo della pistola, lui inciampa, cade, e viene travolto. Il formicaio procede e diventa uno stormo, lui e la sua tuta da ginnastica un puntino sdraiato e fermo sul prato. Qualche graffio e abbiamo tagliato il traguardo insieme, ultimi.
Il che mi fa ricordare di quando Davide impazzito di gioia per la neve si è precipitato sulla slitta rossa col numero 1 sul davanti prima che potessimo spiegargli come funzionavano i freni, che doveva tirare su le due maniglie gialle. Un istante dopo e si era schiantato contro le transenne di ferro a fine pista. La slitta schizzata via, la sua tuta blu immobile. Io avevo gli scarponi da sci e ricordo benissimo il rumore della neve che schiacciavo, quello che fa venire i brividi come il gesso sulla lavagna, e che mentre correvo verso di lui pensavo che ero come il gatto con gli stivali.
Lo stesso Davide alla gita dell'asilo, porgeva di fronte ad un gradino la mano per aiutare piccola Emma, splendida creatura che, con la mia piena benedizione (perchè di fronte a tanta bellezza e grazia non potevo che piegarmi), che gli aveva rapito i sensi. Un gesto goffo e breve come solo vedi nei bambini, eppure così caldo e protettivo da commuovermi fino alle lacrime.
Oggi se chiedi a Davide se ha la fidanzata, lui ti risponde "no, ho solo ex".
Ieri mi ha chiesto di comprargli un quadernino dove poter scrivere le cose che non capisce a scuola così gliele spieghiamo noi a casa. Era teso per certe divisioni che non gli venivano. Si tratta di quando il dividendo è inferiore al divisore, tipo 853:9. In macchina andando a scuola ne abbiamo fatte due, o meglio, le ha fatte lui e sono venute. Le sa fare. Io mi sono interrogata sulla scena di me che cerco di risolvere le sue paure in macchina, cioè sull'assurdità di considerare il tempo-macchina-tragitto-a-scuola un tempo-qualità-nell'-educazione-dei-figli. Ho paura della risposta quindi sorvolo.

Credo che potrei scrivere all'infinito, stasera. Un ricordo trascina l'altro.
Stasera il bacino della buonanotte a entrambi è stato l'ultimo bacino dei 7 anni.

8 anni fa, fra mezz'ora esatta, partorivo il primo.
"E adesso cosa faccio? Spingo o dormo?
"Spinga signora"
"Ma non mi va, non sento nessuno stimolo..."
"Lei spinga lo stesso"
"Ok, spingo"

Buon compleanno, tesori grandi.

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