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Thursday, September 04, 2008

Mentre cucinavo stasera in cucina i bimbi trafficavano col cesto delle macchinine.

Mi piace tanto quando spontaneamente trasferiscono il loro gioco vicino a me. E' come un balletto delicato, un magnetismo fluido che li sposta verso dove c'è uno di noi. E mi commuove nel profondo perchè trasuda di generosità di condivisione e mi insegna. Imparo così tanto dai miei figli che è meglio che non glielo dica, se no comincerebbero ad approfittarsene ;).
Eppure, cosa che non mi riesco a spiegare, pur amando così tanto averli intorno a me, ho sviluppato un'abilità sofisticata nell'azzeccare quando dire "uhmmm" "ahhaa" "davvero?" "è bellissimo" eccetera eccetera senza davvero ascoltarli.
Confesso, è il mio limite. Mi annoiano le macchinine. E quasi tutti i giochi che fanno.
Credo che loro lo sappiano. E sono loro grata per accettare lo stesso con entusiasmo i miei uhmm, ahaaa, davveri. Forse lo capiscono nel profondo dentro che certo che mamma non può divertirsi con le macchinine e allora il gioco vero è un gioco delle parti in cui ciascuno recita per divertimento una poesia di vita ed è grato all'altro per reggere la scena e creare un sogno.
Trafficano, c'è rumore di ruote che girano, di plastica e metallo in miniatura, ogni tanto dal cesto esce una storia "ti ricordi quando A. ha schiantato questa contro il muro, guarda ha il fanale rotto" "mamma secondo te il davanti di questa macchina qual è?" (hotwheel futuristica, sfido chiunque ad indovinare) "io da grande ne voglio una così, ma rossa"

"uhmmm, ahha, davvero??"

La cena è quasi pronta, i pomodori tagliati, i cetrioli conditi, i cordon bleu in padella.
Mi giro verso il tavolo.
Cioè, mi giro sul serio stavolta (prima erano solo occhiate con la mente altrove, a una giornata troppo densa) pronta a partecipare.
"Ma che bello!!! Che gioco è?"
All'unisono, come solo i gemelli a volte possono uscirsene: "Si chiama Traffico A Milano"

Ecco, è anche per questo che ce ne andiamo da questa città.

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