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Friday, June 18, 2010

Confessioni (dedicato a David Grossman) 

Si, è vero, mi sono dimenticata i miei figli.
Ok, prendo fiato e la dico tutta come si deve, da brava bambina: mi sono completamente dimenticata dei miei figli.

La dico tutta tutta?
Li ho dimenticati a scuola, lasciati lì senza nessuno a prenderli nel loro ultimo giorno di quinta elementare (quel giorno, per capirci, che tutti gli altri genitori son fuori dalla porta con le braccia spalancate e, in molti casi, con un pacchetto regalo contenente una wii o un nintendo o uno smart phone nella mano dietro la schiena).

Io invece me li sono dimenticati.
Ero altrove.
Ero a Pietrasanta per bloggare le Anteprime.
Non so bene in quale preciso punto della catena organizzativa, ma ho miseramente fallito.

In fondo, mi consolo pensando che è stata la prima volta (credo) (che mi ricordi).

Vi concedo che è vera la storiella che circola nel nostro quartiere su me che anni fa ho portato Giacomo e Davide all'asilo e ho trovato i cancelli chiusi. Era il primo giorno delle vacanze di Pasqua.
Ma questa specie di svista io la catalogo sotto la voce "eccesso di zelo", che è ben più nobilitante della voce "abbandono di due figli sulla porta della classe l'ultimo giorno di scuola".

E' che c'era David Grossman a Pietrasanta, quel giorno, quel venerdì della fine della scuola.

E' che il suo "Che tu sia per me il coltello" mi ha fatto un incantesimo mentre lo leggevo ed evidentemente l'efficacia (dell'incantesimo) ha saputo - o voluto - perpetrarsi fino ad oggi.

E' che alla fine certi segni mi convincono sempre più che noi mamme un po' intelligenti, intendo quelle mamme che cercano di far stare insieme tutto in quel contenitore troppo piccolo che è la vita - perchè troppo è l'amore e troppi gli impegni prosaici - quelle mamme lì che nel contenitore fanno passare sempre prima il resto e poi, si dai, arriverà il momento che riesco a infilarmici dentro io e ciò che voglio... ecco quelle mamme lì alla fine le aiuta la troppa pressione che fa saltare tutto. E quando i pezzi si fanno in spruzzi fuori dal contenitore, solo allora, quando non si può più riparare, loro si rilassano e godono e finalmente dicono "ho toppato alla grande. Scusatemi tanto". Fanno un bell'inchino umile e a testa alta se ne vanno leggere ad ascoltare David Grossman.

L'unica cosa che ho pensato nei giorni prima di incontrarlo, come una cantilena, mentre mi preparavo a fare il live blogging dell'evento di Mondadori,  era "ha perso suo figlio in guerra, è un padre che è soppravvissuto a suo figlio".

La morte di tuo figlio è un orrido che sbuca nel niente, in un vuoto inutile e insensato, in un nulla assoluto, che la mente umana non può sopportare.

Io l'ho sfiorato quell'orrido, quando sotto i miei occhi Davide fluttuava nell'aria, colpito in pieno da una macchina.
Mentre la sua camicia hawaiana svolazzava alta al rallentatore col cielo dietro, io ho visto quel buio, quella dimensione parallela, quel mondo a parte ignoto ai più e terrificante. Ho visto che c'è e ho sentito i demoni vivi dimenarsi dentro, in un intreccio di carne alienante e squamosa.
Saran stati forse due secondi, il tempo, per lui, di volare e rimbalzare sull'asfalto. Il tempo, per me, di vedere oltre e impazzire di dolore.
(Poi si è rialzato in un nano secondo e lì ho capito che magari si era rotto qualcosa ma morto no)

Sono stata troppo impegnata nei giorni prima di Pietrasanta per potermi preparare bene, per studiare chi e cosa avrei ascoltato. E così sono arrivata lì nella piazza, dopo aver ansioticamente risolto la mia dimenticanza dei figli a scuola (santa nonna, chiamata all'improvviso, che è uscita praticamente in ciabatte), senza sapere bene cosa fare e come farlo, e senza sapere di cosa il nuovo libro di Grossman parlasse.

E' una storia per bambini.
Una storia che parla di solitudine.
Di un bimbo che non riesce a capire come possa essere uno, irreplicabile, unico e pertanto solo.
Il bimbo chiede a sua madre spiegazioni e la madre è certamente assai saggia, ma insieme assai umile.

E' così ben dipinta nel suo ruolo di femmina (sola) e di madre (forte) da far venire i brividi.

Risponde con linguaggio sincero, non nega la solitudine di essere unici, il vuoto esistenziale di non avere e non poter trovare nessuno che sente ed è come te. Abbraccia questa verità con un rispetto reverenziale per il figlio piccolo, a cui non vuole mentire e per la vita.
Non sa negare la mamma quella solitudine che sente anche lei. Ma sa mischiarla e confondonderla con gli altri sensi della vita che da adulta ha conosciuto, con la speranza che ha imparato a riconoscere e che può, con una potenza anche solo genetica, trasmettere al bambino in un abbraccio mediato, caldo e rassicurante.

La mamma, più del bambino che chiaramente (e forse letterariamente) è precoce nelle sue sensazioni, è vera in questo racconto come le unte rosse zolle di un campo arato in Puglia.
Vorresti tuffarti di pancia in quelle zolle e aprire le braccia ad angelo e con le mani premerle fino a sentire la terra pressata e viscida scivolare sottovuoto tra le dita. E la bocca affondare e soffocare e mangiare terra, perchè quella terra è così sensualmente viva.

Alle zolle di Puglia mi ha fatto pensare la mamma di quel racconto.

Ma mentre pensavo tutto questo David Grossman parlava di altro.

Raccontava di com'è essere bambini e nello sforzo diventava quasi un attore perfettamente immedesimato nella parte che vangava sensazioni ancestrali di se stesso e di noi tutti.

Un giorno, neanche tanto tempo fa, uno dei due maschi (non ricordo quale e mi si scusi per questo, ma essendo loro identici a volte perdo il filo di chi dice cosa) mi ha chiesto con tranquillità mista ad una certa concentrata apprensione "mamma, ma oggi dopo rugby cosa facciamo?".
Non è che volesse sapere se avevo organizzato qualcosa di speciale per il suo pomeriggio. Tutte le sue espressioni, il tono della voce e il corpo proteso in quel momento, con semplicità, chiedevano, con abbandonata e disarmata fiducia, a quale destino lui andasse incontro quel pomeriggio.
D'un tratto ho capito per intuizione che mio figlio sa ben poco di quello che gli accadrà ogni giorno, a parte gli appuntamenti fissi della scuola e del rugby. Tutto è in mano a noi genitori, mi sono detta folgorata, che decidiamo per lui e spesso comunichiamo il programma solo quando è steso, a cose fatte.
Mi ha preso una specie di senso claustrofobico: immaginati di andare la mattina al lavoro, di uscire alle sei e di essere messa al corrente solo allora se andrai a casa, la tua casa, oppure da tua madre oppure a una festa, oppure dal dentista.
E siccome in Inghilterra, dove ho dato alla luce Marta, mi hanno insegnato che i bambini non appartengono ad una specie animale diversa dalla nostra ma sono UMANI come noi, mi è stato automatico immedesimarmi in mio figlio quel giorno e ripromettermi di essere più attenta a dire e raccontare.

Non c'è mai momento più sublime di quando qualcuno mette giù a parole una tua intuizione e finalmente tu la senti meglio, coi contorni ben definiti.

Grossman ha spiegato bene i bambini. Con una grazia e un sorriso negli occhi che non avrei mai creduto possibile in un padre che ha perso un figlio.

I bambini non possono dare niente per scontato, neanche il giorno che sorge l'indomani (perchè non hanno ancora gli elementi più semplici del sapere) ed è per questo che a loro la notte fa paura.
I bambini non hanno parole a sufficienza: un bimbo all'asilo, un bimbo innamorato, raccoglie un chiodo arruginito da terra e lo offre in dono alla bimba che ama dicendole "this". Shakespeare ci scriverebbe Romeo e Giulietta, il bambino ha solo una parola (e che frustrazione).

I bambini vivono in una condizione fluida, sospesi tra le aspettative degli altri intorno a loro (che sentono ma non capiscono) e le mille domande che si fanno e a cui noi non rispondiamo perchè non ci immaginiamo neanche che possano farsele.
Devono codificare continuamente quanto succede intorno senza avere nessun manuale d'istruzioni.

I racconti ai bambini, i libri letti loro prima di addormentarsi, sono barche che traghettano. Dolci, rassicurano verso l'ignoto.

"Scrivo storie per bambini pensando a questo"

Raccontare storie ai nostri figli è importante non solo per loro. Anche per noi. Perchè è un bisogno umano primario, un istinto, un desiderio che non svanisce, ascoltare qualcuno che ci narri una storia.

"La fatica della vita come una cipolla si sfoglia quando leggo storie ai bambini. Perchè a sera ci si riconcilia tutti in una intimità esclusiva".

Son soddisfazioni: dimenticare i propri figli a scuola e ascoltare David Grossman.

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