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Saturday, September 04, 2010

A huge day 

Siamo in una casa in campagna, esiliati senza tetto, mentre impacchettiamo l'appartamento di città e aspettiamo di rogitare la nuova casa, quella che stiamo  comprando.
Siamo in quel delizioso interregno dove tutto quello che ti serve sta in scatoloni e quello che ti servirà pure. Quella fase tra compromesso e assegni circolari, dove non sai mai cosa potrebbe succedere (e non è qui son disfattista, è che sull'acquisto sono emersi dei problemucci. Come cacche galleggianti che, POP, ti affiorano di rimbalzo sotto il naso, del tutto a sorpresa, mentre ti stai godendo probabilmente il miglior bagno nel miglior mare cristallino della tua vita - e son cazzi).
Comunque.
Questo interregno mi fa sentire ogni giorno più sicura della nostra decisione di abbandonare città, rumori e pressioni, per una vita più profumata e con più spazio.

Marta mi ha chiesto se questo weekend poteva invitare qualche compagno a festeggiare l'ultimo fine settimana prima della scuola. E a dormire in tenda in giardino.
Ho detto "certo che si" e poco prima di pranzo sono arrivate due macchine che hanno scaricato 4 compagni di classe (maschi), una (femmina) e un altro ragazzo amico di uno dei compagni.
Credevo scaricassero 6 bambini (che più i miei tre facevano 9).
Mi sbagliavo.
L'estate della terza media deve avere qualche polverina magica, perchè quelli che ho lasciato a giugno, dopo la festa di fine anno tenutasi proprio in questa stessa casa, non hanno niente a che fare con questi uomini che mi sono atterrati in giardino.
Hanno spalle larghe, con i muscoli che fanno montagnette tutte sopra, e vite strette. Peli sotto le ascelle e un odore dopo aver giocato a calcio che ammazzerebbe anche lo spirito più materno.
Hanno voci, poi, che è tutto il giorno che sobbalzo all'improvviso pensando che qualche adulto si sia introdotto in casa di soppiatto.
E fanno cose strane.
Tipo sedersi tranquillamente intorno ad un tavolo, per una buona ora e mezza, spontaneamente, a chiacchierare tra di loro, INCLUDENDO le ragazze. Senza dare segni di impazienza. Non urlano "è mio!!", non chiamano gli adulti a mediare, non si pizzicano. Si scambiano pareri sul liceo che verrà e si prendono amorevolmente in giro per le paure che ciascuno senza vergogna ammette di avere. Parlano delle compagne dei padri divorziati o i compagni delle madri separate argomentando e commentando con semplicità arguta. Raccontano l'estate di animatori all'oratorio o campeggi o villaggi in luoghi adulti dove "non c'era una ragazza della mia età neanche a pagarla". Si raccontano con la complicità di tre anni di scuola insieme.
Giocano a calcio per circa 6 ore (direi che nel complesso hanno giocato a calcio sempre), con le due ragazze a guardarli, fotografarli, sghignazzarli. Non tra di loro, ma con loro.
Io me ne sto seduta sulla sdraio sotto il patio a leggere il mio libro, impersonificando la mamma perfetta che non si intromette. Ma non posso fare a meno  di tendere l'orecchio sulle loro conversazioni.

Ho sempre sostenuto che il rumore dei miei figli intorno fosse una specie di musica.
Spesso, moooolto spesso, a volume troppo alto, ma sempre musica. In qualche occasione ho perfino detto a Philip che forse, in prospettiva, avremmo dovuto registrare il sottofondo, perchè quando se ne andranno di casa, io potrei impazzire di silenzio.
Mi piace il vociare dei bambini intorno. Ha picchi acuti che maledici e la parola mamma a ritmare come un rap, ma io l'ho sempre sentito come uno scampanellio allegro. I bambini portano gioco e troppo spesso noi li malediciamo per colpe che sono nostre e non loro. Li malediaciamo per la nostra impazienza, li sgridiamo perchè non sono come li vogliamo (non mi riferisco qui, chiaramente, ai gomiti sui tavoli), li umiliamo perchè pensiamo di essere più forti e sicuri.
Invece, ascolta un bambino e lascialo parlare. Ribatti con serenità permettendogli di esprimersi libero e vedrai che cosa ne viene fuori.
Oggi sono stata alle lacrime in più punti delle loro conversazioni. Di commozione e orgoglio. Perchè non c'è niente che mi gonfia più il petto di vedere le loro giovani menti confrontarsi e crescere.

Di certo quelli che parlavano non erano più bambini. Il sottofondo non era un rap incalzante e nervoso, neanche uno swing rilassato. Direi un jazz con alti e bassi (che poi non so perchè mi sono infilata in questo paragone musicale, visto che di musica non mi intendo affatto). Insomma, un ritmo a tratti rifessivo e improvvisamente acuto, con qualche risata e presa in giro ilare, per intenderci.
Uno dei componenti del gruppo questa estate ha dato il primo bacio.
E giù i commenti, le spiegazioni, le risate.
(Mentre io ancora me la sto ridendo sotto i baffi seduta col mio libro da mezz'ora aperto sulla stessa pagina)
L'altro componente commenta sulla madre che legge gli sms sul suo telefonino.
(Sdegno e solidarietà generale del gruppo)
Un terzo racconta l'avventura in tenda in aperta montagna con l'acqua del ruscello a trasformare la polvere liofilizzata in un pasto, che "ficata!!"
E poi due tiri al pallone, crossa, traversa, sei una schiappa.
Sono davvero dei bravi ragazzi, penso.

A pranzo li metto tutti intorno ad un tavolo e gli adulti ad un altro. Mi sembra giusto lasciare che se la godano tra di loro (e in più mi sento anche un po' in soggezione).
Quando vado a sparecchiare i loro piatti, mentre cammino verso la cucina, uno di loro, il ragazzo amico di un compagno, si sporge dalla sedia e mi dice qualcosa che non sento.
"Come hai detto scusa?"
"Grazie per questo buon pranzo" (erano spaghetti al pomodoro, n.d.r.)
Sono entrata in cucina dove c'era Philip e gli ho detto "se vuole mettere incinta Marta stasera, per me va bene"

A cena abbiamo chiesto il permesso di unirci alla loro tavola per il barbeque, permesso che ci è stato accordato.
Risate, racconti, barzellette, con me un po' sulle spine aspettando ogni secondo il verdetto ammazza-sogno "che palle, andiamo a giocare a nascondino? " e invece niente. E chiacchiere e chiacchiere, chè alla fine mi sono alzata io, dicendo "che palle, andate a giocare a nascondino".
Uno di loro in particolare è certamente un bel peperino. Risponde a tono, quasi fuori dalle righe, giusto sul bordo, che non può essere ripreso. Dice cose quasi appena straffotenti e ti guarda con un'aria di velata sfida, un challange che cerca ma che rimane garbato. M'intimidirebbe se negli occhi non avesse ancora quel velo di insicurezza che tradisce quella lingua tagliente mentre sferra quello che lui crede sia un secco fendente.
Il mio cuore si apre.

Ora stanno guardando tutti insieme, incluso il peperino dalla lingua lunga, un film in salotto. Dopo la telefonata al fidanzato estivo, testimoniata da tutto il gruppo, si stanno bevendo insieme a Giacomno e Davide (10 anni) "Percy Jackson", semidio figlio di Poseidone, che come migliore amico ha un satiro, con la madre sposata a uno che puzza da morire eccetera eccetera.
E da qui sento chiaramente gridolini eccitati provenienti da tutti, 14enni inclusi. Sono sicura che hanno ancora i peli sotto le ascelle, non possono esser loro caduti nel frattempo.

Stasera dormiranno tutti insieme nella tenda. Sono sicura che questa è l'ultima volta in cui, tranquilla, potrò lasciare mia figlia dormire con i maschi nella tenda.
Io e Philip dormiremo da soli nella casa. E quelle registrazioni non le abbiamo ancora fatte.

Comments:
L'ho letto d'un fiato pensando che è così bello che mi toglie le parole. Non ho niente da dire: vederli crescere è proprio una cosa che innamora, di dolcezza e un pizzico di malinconia.
 
accidenti, mi è scesa la lacrimuccia! questo post penso riassuma perfettamente tutti i pensieri delle mamme di figli di quell'età. Con la malinconia e lo stupore continuo che si prova quando ci si rende conto che, bello, finite le notti trascorse a cullarli per il mal di pancia, ma cavoli, già così grandi sono?
 
Quoto Ondaluna. Vederli crescere è bellissimo, ma a me mette una gran paura.
 

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