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Friday, June 18, 2010

Confessioni (dedicato a David Grossman) 

Si, è vero, mi sono dimenticata i miei figli.
Ok, prendo fiato e la dico tutta come si deve, da brava bambina: mi sono completamente dimenticata dei miei figli.

La dico tutta tutta?
Li ho dimenticati a scuola, lasciati lì senza nessuno a prenderli nel loro ultimo giorno di quinta elementare (quel giorno, per capirci, che tutti gli altri genitori son fuori dalla porta con le braccia spalancate e, in molti casi, con un pacchetto regalo contenente una wii o un nintendo o uno smart phone nella mano dietro la schiena).

Io invece me li sono dimenticati.
Ero altrove.
Ero a Pietrasanta per bloggare le Anteprime.
Non so bene in quale preciso punto della catena organizzativa, ma ho miseramente fallito.

In fondo, mi consolo pensando che è stata la prima volta (credo) (che mi ricordi).

Vi concedo che è vera la storiella che circola nel nostro quartiere su me che anni fa ho portato Giacomo e Davide all'asilo e ho trovato i cancelli chiusi. Era il primo giorno delle vacanze di Pasqua.
Ma questa specie di svista io la catalogo sotto la voce "eccesso di zelo", che è ben più nobilitante della voce "abbandono di due figli sulla porta della classe l'ultimo giorno di scuola".

E' che c'era David Grossman a Pietrasanta, quel giorno, quel venerdì della fine della scuola.

E' che il suo "Che tu sia per me il coltello" mi ha fatto un incantesimo mentre lo leggevo ed evidentemente l'efficacia (dell'incantesimo) ha saputo - o voluto - perpetrarsi fino ad oggi.

E' che alla fine certi segni mi convincono sempre più che noi mamme un po' intelligenti, intendo quelle mamme che cercano di far stare insieme tutto in quel contenitore troppo piccolo che è la vita - perchè troppo è l'amore e troppi gli impegni prosaici - quelle mamme lì che nel contenitore fanno passare sempre prima il resto e poi, si dai, arriverà il momento che riesco a infilarmici dentro io e ciò che voglio... ecco quelle mamme lì alla fine le aiuta la troppa pressione che fa saltare tutto. E quando i pezzi si fanno in spruzzi fuori dal contenitore, solo allora, quando non si può più riparare, loro si rilassano e godono e finalmente dicono "ho toppato alla grande. Scusatemi tanto". Fanno un bell'inchino umile e a testa alta se ne vanno leggere ad ascoltare David Grossman.

L'unica cosa che ho pensato nei giorni prima di incontrarlo, come una cantilena, mentre mi preparavo a fare il live blogging dell'evento di Mondadori,  era "ha perso suo figlio in guerra, è un padre che è soppravvissuto a suo figlio".

La morte di tuo figlio è un orrido che sbuca nel niente, in un vuoto inutile e insensato, in un nulla assoluto, che la mente umana non può sopportare.

Io l'ho sfiorato quell'orrido, quando sotto i miei occhi Davide fluttuava nell'aria, colpito in pieno da una macchina.
Mentre la sua camicia hawaiana svolazzava alta al rallentatore col cielo dietro, io ho visto quel buio, quella dimensione parallela, quel mondo a parte ignoto ai più e terrificante. Ho visto che c'è e ho sentito i demoni vivi dimenarsi dentro, in un intreccio di carne alienante e squamosa.
Saran stati forse due secondi, il tempo, per lui, di volare e rimbalzare sull'asfalto. Il tempo, per me, di vedere oltre e impazzire di dolore.
(Poi si è rialzato in un nano secondo e lì ho capito che magari si era rotto qualcosa ma morto no)

Sono stata troppo impegnata nei giorni prima di Pietrasanta per potermi preparare bene, per studiare chi e cosa avrei ascoltato. E così sono arrivata lì nella piazza, dopo aver ansioticamente risolto la mia dimenticanza dei figli a scuola (santa nonna, chiamata all'improvviso, che è uscita praticamente in ciabatte), senza sapere bene cosa fare e come farlo, e senza sapere di cosa il nuovo libro di Grossman parlasse.

E' una storia per bambini.
Una storia che parla di solitudine.
Di un bimbo che non riesce a capire come possa essere uno, irreplicabile, unico e pertanto solo.
Il bimbo chiede a sua madre spiegazioni e la madre è certamente assai saggia, ma insieme assai umile.

E' così ben dipinta nel suo ruolo di femmina (sola) e di madre (forte) da far venire i brividi.

Risponde con linguaggio sincero, non nega la solitudine di essere unici, il vuoto esistenziale di non avere e non poter trovare nessuno che sente ed è come te. Abbraccia questa verità con un rispetto reverenziale per il figlio piccolo, a cui non vuole mentire e per la vita.
Non sa negare la mamma quella solitudine che sente anche lei. Ma sa mischiarla e confondonderla con gli altri sensi della vita che da adulta ha conosciuto, con la speranza che ha imparato a riconoscere e che può, con una potenza anche solo genetica, trasmettere al bambino in un abbraccio mediato, caldo e rassicurante.

La mamma, più del bambino che chiaramente (e forse letterariamente) è precoce nelle sue sensazioni, è vera in questo racconto come le unte rosse zolle di un campo arato in Puglia.
Vorresti tuffarti di pancia in quelle zolle e aprire le braccia ad angelo e con le mani premerle fino a sentire la terra pressata e viscida scivolare sottovuoto tra le dita. E la bocca affondare e soffocare e mangiare terra, perchè quella terra è così sensualmente viva.

Alle zolle di Puglia mi ha fatto pensare la mamma di quel racconto.

Ma mentre pensavo tutto questo David Grossman parlava di altro.

Raccontava di com'è essere bambini e nello sforzo diventava quasi un attore perfettamente immedesimato nella parte che vangava sensazioni ancestrali di se stesso e di noi tutti.

Un giorno, neanche tanto tempo fa, uno dei due maschi (non ricordo quale e mi si scusi per questo, ma essendo loro identici a volte perdo il filo di chi dice cosa) mi ha chiesto con tranquillità mista ad una certa concentrata apprensione "mamma, ma oggi dopo rugby cosa facciamo?".
Non è che volesse sapere se avevo organizzato qualcosa di speciale per il suo pomeriggio. Tutte le sue espressioni, il tono della voce e il corpo proteso in quel momento, con semplicità, chiedevano, con abbandonata e disarmata fiducia, a quale destino lui andasse incontro quel pomeriggio.
D'un tratto ho capito per intuizione che mio figlio sa ben poco di quello che gli accadrà ogni giorno, a parte gli appuntamenti fissi della scuola e del rugby. Tutto è in mano a noi genitori, mi sono detta folgorata, che decidiamo per lui e spesso comunichiamo il programma solo quando è steso, a cose fatte.
Mi ha preso una specie di senso claustrofobico: immaginati di andare la mattina al lavoro, di uscire alle sei e di essere messa al corrente solo allora se andrai a casa, la tua casa, oppure da tua madre oppure a una festa, oppure dal dentista.
E siccome in Inghilterra, dove ho dato alla luce Marta, mi hanno insegnato che i bambini non appartengono ad una specie animale diversa dalla nostra ma sono UMANI come noi, mi è stato automatico immedesimarmi in mio figlio quel giorno e ripromettermi di essere più attenta a dire e raccontare.

Non c'è mai momento più sublime di quando qualcuno mette giù a parole una tua intuizione e finalmente tu la senti meglio, coi contorni ben definiti.

Grossman ha spiegato bene i bambini. Con una grazia e un sorriso negli occhi che non avrei mai creduto possibile in un padre che ha perso un figlio.

I bambini non possono dare niente per scontato, neanche il giorno che sorge l'indomani (perchè non hanno ancora gli elementi più semplici del sapere) ed è per questo che a loro la notte fa paura.
I bambini non hanno parole a sufficienza: un bimbo all'asilo, un bimbo innamorato, raccoglie un chiodo arruginito da terra e lo offre in dono alla bimba che ama dicendole "this". Shakespeare ci scriverebbe Romeo e Giulietta, il bambino ha solo una parola (e che frustrazione).

I bambini vivono in una condizione fluida, sospesi tra le aspettative degli altri intorno a loro (che sentono ma non capiscono) e le mille domande che si fanno e a cui noi non rispondiamo perchè non ci immaginiamo neanche che possano farsele.
Devono codificare continuamente quanto succede intorno senza avere nessun manuale d'istruzioni.

I racconti ai bambini, i libri letti loro prima di addormentarsi, sono barche che traghettano. Dolci, rassicurano verso l'ignoto.

"Scrivo storie per bambini pensando a questo"

Raccontare storie ai nostri figli è importante non solo per loro. Anche per noi. Perchè è un bisogno umano primario, un istinto, un desiderio che non svanisce, ascoltare qualcuno che ci narri una storia.

"La fatica della vita come una cipolla si sfoglia quando leggo storie ai bambini. Perchè a sera ci si riconcilia tutti in una intimità esclusiva".

Son soddisfazioni: dimenticare i propri figli a scuola e ascoltare David Grossman.

Friday, June 11, 2010

Survival kit della live blogger 


Siamo pronte per Pietrasanta

Tuesday, June 08, 2010

Libri e bambini 

Son giorni che rifletto sui libri e sui bambini.

Lo stimolo nasce dall'invito che mi ha fatto Mondadori Libri di andare il prossimo weekend a Pietrasanta e fare il live blogging di quello che vedo e sento in questo evento: 30 scrittori raccontano il libro che stanno scrivendo.

Credo che a David Grossman bacerò i piedi, a Paul Auster farò autografare tutti i suoi libri che Philip ha comprato negli anni, incluso il Moon Palace che ha regalato a me (la dedica, sono andata a ripescarlo, cita 30 July 1994), a sua moglie vorrei tanto chiedere di quell'articolo che ho letto anni fa nella sala d'attesa del ginecologo e a Diego de Silva devo trovare il modo di dire che il suo "Non avevo capito niente" mi ha praticamente salvato la vita, oltre cha farmi rotolare dal ridere.

Mi è stato detto in particolare di ascoltare gli autori di libri per bambini e ragazzi, il chè inizialmente mi ha suscitato una serena e materna tranquillità.
Poi han cominciato a passare i giorni e un certo senso di disagio si è insinuato nella mente.

Che potrò mai scrivere di Geronimo Stilton e Barbapapà?
Voglio dire, dammi un essere umano e posso provare a pensare cose intelligenti o osservare le espressioni e immaginare mille vite, ma con un topo investigatore e una specie di blob rosa shocking che ci faccio?

Da qui ho cominciato a pensare ai libri che leggevo da bambina. E mi sono accorta che non ne leggevo.
Forse non ce n'erano, o forse mia madre non me li comprava.
"Zanna Bianca" e "Il giro del mondo il 80 giorni" erano solo appannaggio dei maschi. Il primo ricordo che ho di letture da piccola è "Piccole Donne " e "Jane Eyre". Quindi tanto piccola non ero, certamente ben più grandicella degli amici di Geronimo e lontana dal poter essere stupita da un barbatrucco.

Ricordo solo pile di Topolino.
Ricordo che quando ci ammalavamo io e mio fratello, ce ne stavamo a letto nella nostra stanza e mamma ci caricava il carrello della cucina di Topolino e noi ci spingevamo il carrello da una sponda all'altra del letto ogni volta che ne finivamo uno.
Era una festa essere malati solo per quel rito speciale.

Non c'erano cartoni animati alla tv da perpetrare dal giornalaio la domenica dopo messa, non c'erano gadget con cui impersonificare storie, non c'erano puzze che uscivano dalla carta per meglio immedesimarti nei racconti.

C'era l'ultimo strascico di Carosello e il sabato (o forse la domenica?) Scooby Doo su Capodistria. E sempre troppo poco durava la meraviglia, sembrava finire subito.

E certo, poi è arrivato il mitico Goldrake, assolutamente intramontabile, come ho avuto modo di testare sui miei figli grazie a YouTube.

Ah, ecco che mi viene in mente cosa c'era anche da leggere in casa mia: Sandokan e quel gran pezzo d'uomo di Kabir Bedi aveva dato seguito a qualche improbabile adattamento letterario con fotografie della serie televisiva (no, Salgari non l'ho letto).

Invece, un mondo mi si è aperto in Inghilterra quando ho partorito Marta.
Lì ho scoperto che l'editoria per bambini aveva galoppato durante i miei 20 anni di latitanza ed era ora in grado di soddisfare età minuscole perfino durante il bagnetto, di sorprendere con i pop-up, di stimolare con materiali ruvidi al tatto e suoni misteriosi. Ho visto Teletubbies in tv fino alla nausea e poi proiettarsi in pupazzi nelle mani dei bimbi (e si, giuro, quando il primo Tinky Winky di peluche è apparso, ho letto anche un articolo sul Guardian che narrava di un genitore reo di aver rubato il pupazzo introvabile da un passeggino in un parco).

E dopo i Teletubbies è stato il turno di Winnie the Poo, di Pingu, Spot the Dog, Thomas the Tank, the Cat in the Hat, Angelina Ballerina, e poi è arrivato anche Geronimo Stilton, e poi il Battello a Vapore e, ahimè, qui siamo a Jane Austen e Shakespeare adesso.

Credo, negli anni, di aver speso in libri per i miei bimbi più che in vestiti per me (finchè l'anno scorso non li ho presi tutti e tre per il colletto e li ho portati in biblioteca a farsi la tessera).

Credo anche che onestamente una parte di me debba ammettere che in questo percorso letterario il valore educativo della lettura si sia spesso confuso con una spavalda e autogratificante soddisfazione nell'impersonificare la figura della perfetta genitrice.

Il confine sfumato tra il bene loro e la mia trendiness di madre moderna lo ha anche pennellato Geronimo, e questo glielo dirò, a Pietrasanta.

(Penso anche che prenderò il coraggio a due mani e gli chiederò, anzi, supplicherò, di non scrivere più libri di barzellette....)

Friday, June 04, 2010

La tuba nera 

So sedermi a riunioni con molti amministratori delegati di multinazionali - nel mio piccolo...chè in realtà la maggior parte delle volte sto solo zitta ad ascoltare...e comunque anche questa è un'arte ;) -, so partorire due gemelli di parto naturale (dopo aver partorito la prima figlia con un cesareo), so come uscire da un attacco di panico, e cucinare ogni sera un pasto caldo per 5, giorno dopo giorno, qualsiasi cosa succeda durante il giorno.
So fare il giocoliere con decine di relatori alla volta, nelle decine di convegni che organizziamo ogni anno e so anche ospitare una classe di 24 adolescenti per la festa di fine anno.

So negoziare l'acquisto di una casa abbassando il prezzo di 70mila euro e pure dimezzare le commissioni degli agenti immobiliari. So sgridare i miei figli e dire loro no anche se dentro tremo di insicurezza. So perfino, incredibile, smanettare un pochino con l'html e farti una newsletter decente.

So anche fare altre cose che ora non mi vengono in mente ma sono sicura che alcune sono difficili, o comunque impegnative e, in genere so tenere la tensione dentro niente male e sfoderare sorrisi comunque (mi aiuta che da sempre non riesco a prendermi molto sul serio).

Mi sento abbastanza in charge della mia vita. Insomma, fatto salve tutte le pippe mentali che mi faccio ogni momento ma che non dico a nessuno, la maggior parte delle volte, in genere, mi sento un'adulta, responsabile, efficiente quanto basta o quanto necessario.

Non piango quasi mai per questioni di lavoro o per situazioni critiche. Trovo sempre il modo di contestualizzare, forse di giustificarmi. Comunque di vedere le cose con una certa lucidità.

Poi mi arriva tra capo e collo questo task all'apparenza semplicissimo: "mamma, per dopodomani mattina ho bisogno di una tuba nera o di una bombetta, per la recita".

Naturalmente il task viene annunciato sabato sera e il dopodomani ha in mezzo la domenica, notoriamente giorno di festa che prevede tutti i negozi chiusi.

Ma niente paura. So gestire anche questo e so l'ubicazione di tutti i giornalai che sono anche cartolai nel raggio di 15 km da casa nostra: il cartoncino Bristol nero è nelle mie mani dopo poche ore.

Mi armo di riga lunga, forbici, taglierino, colla, scotch, metro per la circonferenza della dolcissima testa di Davide, pinzatrice e comincio a misurare, tagliuzzare, sfilacciare, perfezionare.

Sbaglio completamente la tecnica perchè per fare la tesa dovevo usare il compasso, mica la riga. I lembi così non combaciano.

Mi armo di compasso.

Uso gli scampoli di cartoncino rimasti e ne risulta un collage abbastanza patetico. Una tesa tutta stortignaccola aggrappata con punti metallici asimmetrici al cilindro di una tuba sproporzionata
E' oggettivamente orribile.

Non posso che uscirmene con un "Scusa, Davide, mamma non è molto brava...."
Lui si apre in un sorriso candido ed entusiasta "è bellissimaaaaaa, mamma!!! Grazie, grazie!!!!"

Va a nanna.
Bacino.
Bacino.

Torno in cucina, guardo la tuba nera e piango assai. Come una bambina.

Non so fare una tuba nera col cartoncino Bristol.

Non è una questione di perfezionismo, di super omo-donnismo. Nella vita va benissimo avere dei limiti, mi piacciono un sacco i limiti perchè sono veri e umani.

Ma no, no, batto i piedi per terra di frustrazione materna. La tuba nera, no: stasera è l'unica cosa che veramente vorrei saper fare bene, è importante.
Doveva essere bellissima per la recita di Davide.

(E tremo all'idea di quello che mi aspetta, perchè nella stessa recita Giacomo dovrà indossare un cappello da notte lungo, bianco e con il pon pon)

Tuesday, June 01, 2010

Correre 

Son stati giorni d'inferno.

Prima la mia fiera, quella che fa il fatturato dell'anno, e poi la fiera degli altri, quella a Birmingham, quella che fa molto più fatturato della mia e che ci vuole una settimana per vederla tutta (o quasi, per vederla tutta come si deve ce ne vorrebbero due).

Nel bel mezzo di queste settimane abbiamo venduto casa e comprato un'altra, compromessi, firme, pianti, insicurezze, estasi, eccitazione, nulla osta di scuole, commissioni da pagare alle agenzie immobiliari (queste soprattutto causano molto stress...sembra che l'agente immobiliare sia l'unica professione che si debba pagare in anticipo, prima del rogito, cioè prima che il lavoro sia fatto fino alla fine).

Inoltre, nel bel mezzo di queste settimane, in qualità di rappresentante di classe di Giacomo (si son tutti rifiutati di alzare la manina, a quella riunione, e mi pareva davvero brutto avere una classe - in una scuola cattolica, n.d.r. - senza rappresentante, e così l'ho fatto io, il gesto della manina, idiota che non sono altro) c'ho avuto il delizioso compito di organizzare la festa di fine anno e i regali alle 6 maestre specialiste (alla mestra principale ci pensava l'altra santa donna che, idiota come me, ha alzato la manina pure lei).

E qui ci sarebbe da scrivere un post a parte sulle madri che non alzano mai la manina ma che poi si sentono di dire la loro su dove andare, cosa regalare, e quel giorno no chè mia figlia ha la recita del corso di tedesco, il saggio di danza, la gara di atletica, il dentista che deve regolare l'apparecchio, e per favore, fatelo alle sei di sera così possono venire anche i papà, ma non in un parco chè il fratellino è allergico al polline, ma "perchè non una bella pizzata??". "Devi passare sul mio cadavere di rappresentante se vuoi una pizzata", è stata la mia risposta.

Sulle madri che vogliono una pizzata di fine anno pure ci vorrebbe un post a parte. No, perchè dico io, avete presente cosa sia una pizzata di fine anno a giugno? Lunghi tavoli, troppo lunghi e poi diventano a elle e si incastrano con quelli di altre classi, di altre scuole. E tutti quei bambini intorno che strepitano, che girano per i tavoli, che si alzano o che si ammucchiano a gruppetti intorno ai Ninetendo che alcune madri (stolte) concedono ai propri figli di portare. Il vociare assorda, nessuno riesce a parlare, nessuno ha spazio per muoversi, specialmente i bambini non hanno spazio per muoversi.
I bambini, se è una festa di fine anno, hanno bisogno di spazio per GIOCARE, INSIEME.
Sul mio cadavere di rappresentante dovrete passeggiare prima che io vi organizzi una festa di fine anno in una pizzeria.

Comunque sto divagando su cose che non sono quello che voglio scrivere.

Il succo di questo post si è formato credo tra la mia fiera e quella di Birmingham, quando una sera tornando a casa con i piedi come bistecche, mi son trovata sul tavolo della cucina una bella scatola di cartone e 4 paia di occhi furbetti che mi guardavano, ridenti. Anzi, sghignazzanti.

"Che c'è? Che è?" faccio io, con tono già più che irritato (quando ho troppo da pensare e da fare una tranquilla routine è l'unica cosa umanamente accettabile per me e qualsiasi oggetto estraneo mi manda in panico all'istante).
"Apri, mamma"
Apro e mi ritrovo tra le mani uno splendido paio di scarpe da corsa, super molleggiate, super "balance", super traspiranti.

Nooo, non potete farmi questo, orribili vipere, serpi in seno, io ODIO correre. 
Io faccio tutto per voi, modero i termini, mi interesso quando mi mostrate i vostri mostri disegnati e mi chiedete qual è quello che preferisco e mi concentro seriamente e scelgo, gioco a Pokemon e mi viene anche bene di fingere passione, vi metto il collirio negli occhi e aspetto finchè non vi passa il bruciore "insopportabile", ascolto paziente tutta la rava e la fava dell'amichetta che ti ha torto un  pelo del sopracciglio sinistro. Dribblo riunioni per non perdere un secondo delle vostre trecento recite di fine anno, bigio l'ufficio se hai bisogno di quella canottiera color rosa, ma non rosa schocking e neanche antico. 
Ho perfino fatto i conti con la mia paura degli animali e mi son fatta forza e adesso c'è la gatta Trilli che vaga per casa e si, è vero, non potrei più farne a meno delle sue fusa.
Però correre, correre NO!

"Siete matti da legare" dico ridendo (ma dentro piangevo).
"Dai, mamma, devi venire con noi. E' bellissimo"
"Bellissimo cosa?" faccio io con una ormai fievolissima speranza di aver capito male, un'appiglio romantico chè magari c'è sotto un'altro scopo che io non so...magari le super bilanciate scarpe servono per essere super stilosa per un incontro con George Clooney che passerà da casa nostra per assaggiare la vera lasagna italiana.
"Correre tutti insieme, mamma"

Ecco, l'hanno detto. Vedi? Si tratta di CORRERE.

"Ma io odio correre"
"Dai mamma, non è vero. Quand'è l'ultima volta che hai corso?
"Avevo 21 anni e ho deciso che non lo avrei più fatto, mai più."
"Dai mamma, è tempo lontano. Vedrai che è diverso adesso"
"Occerto, adesso ho solo 22 anni più dell'ultima volta che l'ho fatto, e sarà tutto più facile"
"Dai, mamma!!!"
"Ok, è un regalo bellissimo che mi avete fatto, il pensiero di voler correre con me"

Vi odio, vi odio, vi odio. E poi comunque sarà una cosa passeggera. Si, è così, passeggera, una cosa così, che ve ne dimenticherete presto, presi da altre cose, come sempre.

E invece no. Devo smetterla di sottovalutare i miei figli.

Siamo in campagna per il ponte.
Oggi, nell'ordine, ci siamo alzati, siamo andati dall'agente immobiliare a negoziare gli ultimi dettagli dell'acquisto di questa nuova casa (altra avventura che merita un post), poi alla nuova scuola col nulla osta, poi al supermercato a fare la spesa, poi abbiamo tirato fuori tutti i mobili da giardino e li abbiamo lavati, abbiamo pulito la casetta degli attrezzi e anche un altro locale vicino al garage (saranno le basi dei maschi e delle femmine per la festa di fine anno della classe di Marta - assì, mi ero dimenticata di scrivere che organizziamo pure quella, qui in campagna), spolverato tutte le imposte, tolto le ragnatele dal patio.
Verso le 5 del pomeriggio mi sono accasciata su una sdraio, sudicia e stanca, pianificando un bicchiere di vino.

"Mamma, andiamo a correre lungo il fiume?"

Semplicemente, le parole CORRERE, e LUNGO, e FIUME (l'Adda è veramente lungo) mi si sono abbattute come una mannaia sul coppino. Mi hanno sorpreso con la stessa identica portata di quando il ginecologo mi ha detto "Signora, sono gemelli".
Uguale uguale.

"Assolutamente NO. Domani"
"Mamma!"
"No. Domani, giuro"
"Mamma, lo dici solo per rimandare, ma lo sai anche tu che prima lo fai e meglio è"
"NO"
"SI!!"
"NO!!!"
"SI!!!! Mamma, sei ridicola"
"Ok, sono ridicola"
"Vuol dire che è un si, vieni"
"Si, vengo"

A Genova si dice "sussame u' po' de sangue" e me lo state davvero succhiando fino all'ultima goccia....IO ODIO CORRERE.

Indosso le mie super molleggiare scarpe e la mia tuta che in vita, il risvolto, dice "love" (love cosa?).
Piazzo sulla faccia il mio più bel sorriso e comincio a esercitarmi nel giardino.

"Mi ballano le tette" dico con disagio.
Risata.
"Mi balla anche la pancia" penso (ma non dico a voce alta) con stupore - non mi ricordo la pancia che ballava 22 anni fa.

Si parte.
Sto correndo.
Marta è il mio coach ufficiale. Ha deciso per me questo schedule di due minuti di corsa e due di riposo.
Corro. Posso correre.
Per due minuti. Anzi, quattro minuti per volta, come testimonia il cronometro del mio coach che monitora le mie prestazioni.

"Dai mamma, vai bene"
"Stai zitta"
"Arriviamo fino all'albero e poi camminiamo per due minuti"
"Stai zitta"

Sto correndo. Incredibile.
Giusto di fianco al fiume, saranno 50 cm che mi separano e penso che mi piacerebbe buttarmici dentro e nuotare. Il panorama sfreccia (oddio, sfreccia è una parola grossa) di fianco a me.
Il mio fiato ritma, terribilmente veloce.
Prima penso che mi imbarazza ma poco a poco lo sento diventare come una specie di alleato.
Le gambe bruciano, anche. Prima penso che mi fanno male ma poco a poco le sento vivere.
Mi sembra di sentire i capillari tutti, nel mio corpo, e mi vengono in mente le lezioni di scienze di tutto questo anno di scuola di Giacomo e Davide. Riconosco il sistema del sangue, i ventricoli e le vene rosse e blu dei disegni.

Penso, mentre arranco: "all'albero non mi fermo, lo supero e continuo". E poi subito dopo penso: "i miei figli mi hanno fregato di nuovo, come con il gatto".

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